Sacralizzazione ed emisacralizzazione lombare

La sacralizzazione e l’emisacralizzazione lombare sono  malformazioni vertebrali congenite.

Sacralizzazione 01Si sviluppano per la fusione con la base sacrale di entrambe le apofisi traverse di L5 (SACRALIZZAZIONE), o di una delle due apofisi traverse di L5 (EMISACRALIZZAZIONE), rendendo l’ultima vertebra lombare strutturalmente saldata al segmento sottostante.

L’origine

Entrambe vedono l’origine nella vita intrauterina del bambino, come predisposizione allo sviluppo nella fase della crescita.

La condizione di mutazione può essere attivata da alterazioni genetiche, da intossicazione per abuso di farmaci, droghe, alcool o da infezioni sistemiche soprattutto di tipo virali.


Sacralizzazione 02La vertebra di L5 risulta normo formata nel corpo vertebrale e nel disco intervertebrale, ma con la presenza di megapofisi trasverse che si salderanno al sacro nel periodo dello sviluppo e dell’ossificazione dei nuclei di accrescimento.

La mobilità di L5 si riduce alla sola plasticità dell’osso, il che vuol dire perdere la totalità del movimento fisiologico della singola vertebra in questione.

Come malformazione vertebrale non sembra essere particolarmente invalidante per il paziente nel breve termine, ma nei periodi di vita a seguire porterà a delle patologie secondarie indirette, dovute alla mancanza di mobilità di uno dei più importanti fulcri biomeccanici tra la zona lombare inferiore e il bacino.

La 5° vertebra lombare ha la funzione di scaricare il movimento vertebrale nel cuneo sacrale, il quale deve trasformare la dinamica e la statica della colonna in maniera congrua, per favorire l’appoggio delle anche e il loro moto, passando attraverso il bacino.

I movimenti globali del paziente affetto da sacralizzazione od emi, hanno una capacità complessivamente buona ed il soggetto ha una completa autosufficienza nelle attività di vita quotidiana.

Le conseguenze si manifestano nel tempo sui segmenti contigui, soprattutto vertebrali e sacro iliaci, che si troveranno a supportare il movimento perso della 5° vertebra lombare.


Ma quale movimento si perde con la fusione sacrale di L5?

MovimentiL5 può fare movimenti di inclinazione laterale, di flesso – estensione, è la vertebra con maggior rotazione di tutto il segmento lombare, ed inoltre funge da fulcro di accomodamento e trasmissione delle torsioni sacrali alle vertebre inferiori della colonna.

Adesso è più semplice immaginare che iperlavoro aspetterà alla vertebra di L4, alle articolazioni sacro iliache, alla sinfisi pubica ed alle anche.

Tutti questi singoli segmenti sono deputati a sovraccaricarsi del mancato lavoro di L5

Le patologie associate

Ma quali sono le patologie che si possono manifestare con il tempo?

  • Lombalgia, causata da discopatia degenerativa, da un artrosi precoce delle faccette articolari, da impingment delle articolazioni, da Sacralizzazione 04riduzione del lume del forame di coniugazione con irritazione del ramo meningeo del nervo di competenza.
  • Lombosciatalgia di tipo discale per la formazione di una protusione o di un’ernia da sfaldamento dell’anulus fibroso.
  • Sacroileite irritativa, con infiammazione dei legamenti dell’articolazione, causata da un’esacerbazione biomeccanica
  • Pubalgia, causata da un eccesso di carico rotatorio sulla sinfisi pubica, associata ad un’alterazione muscolare prima e tendinea dopo, per un cambiamento della tensione muscolare.
  • Artrosi precoce dell’anca, dovuto al recupero maggiore dei parametri di flessione ed estensione del busto, che si manifesterà monolateralmente o bilateralmente a seconda del tipo di postura che il soggetto adotta, o per il tipo di attività che svolge.

Cosa si può fare per prevenire queste patologie?

Sacralizzazione 05Non potendo recuperare in nessun modo il movimento della 5° vertebra lombare, si dovrà assolutamente puntare sulla prevenzione, favorendo il compenso delle strutture precedentemente indicate.

Senza mai portarle in sovraccarico, scaricandone il lavoro muscolare, quello legamentoso, bilanciando l’equilibrio tra il loro normale lavoro e quello del compenso a cui sono chiamate ad assolvere.

Sarà importante affidarsi alla cura di fisioterapisti ed osteopati, che siano in grado di fare un attento esame valutativo per capire lo stato di funzionamento delle articolazioni contigue al punto di sacralizzazione, riconoscendone l’affaticamento e le modificazioni.


La diagnosi e la cura farmacologica per la sacralizzazione e l’emisacralizzazione

Sarà necessario far utilizzo di immagini diagnostiche, in particolare modo rx, rm ed ecografie, per esaminare lo stato di avanzamento biologico delle strutture di compenso, apprezzandone immediatamente le alterazioni morfologiche ed avendo la possibilità di un riferimento preciso per le indagini di controllo ripetute nel tempo a venire.

Potrà rendersi necessario utilizzare il supporto farmacologico nei momenti di dolore acuto, soprattutto se associato alla riduzione delle funzioni.

I farmaci maggiormente usati per la sacralizzazione e l’emisacralizzazione saranno antinfiammatori ed analgesici.

Nel momento in cui sarà presente una contrattura antalgica riflessa, potrà rendersi utile il supporto dei miorilassanti.

Come abbiamo visto la sacralizzazione non è un’ affezione grave, ma ha bisogno di attenzioni per evitare che nascano, con il passare degli anni, delle patologie secondarie associate.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

 

 

Algodistrofia

algodistrofiaCos’è l’algodistrofia?

L’algodistrofia è una patologia a carico dell’arto superiore o inferiore.

Si manifesta con forte dolore di tipo profondo, urente, costante, con delle curve di intensità importanti.

L’arto può gonfiarsi, cambiare il trofismo cutaneo, alterare la vascolarizzazione, con la parte che diventa rossa e calda oppure cianotica e fredda.

La maggior parte delle volte si ha una perdita di funzionalità, con una riduzione del movimento articolare che diventerà difficoltoso e molto dolente.


algodistrofiaSarà presente uno stato di contrattura antalgica e una riduzione del trofismo di muscoli, tendini, legamenti e capsule articolari.

Nella zona colpita da algodistrofia, si possono manifestare segni di osteoporosi in maniera non uniforme.

Il paziente può segnalare attivazioni muscolari spontanee (fascicolazioni) e riferire un’ alterazione della sensibilità e della propriocezione.

La condizione patologica è talmente importante che può modificare, in maniera evidente, sia lo stato umorale del paziente, sia il ciclo sogno veglia.

algodistrofia 03Le cause dell’algodistrofia

Le cause sono di diverso tipo e ad oggi non sono ancora accertate; tra queste troviamo il tilt di vari sistemi e il danno dei tessuti:

  • sistema nervoso centrale, periferico e autonomo
  • sistema vascolare arterio-venoso
  • sistema immunitario
  • traumi dell’arto
  • ustioni profonde
  • lesioni lacerative o da taglio

algodistrofia_04Sembra che la patologia si possa sviluppare e manifestare per l’alterata elaborazione dei segnali sensitivi che il cervello riceve, o per l’alterazione dei segnali sensitivi che vengono trasmessi tramite il sistema nervoso periferico, o ancora per un cattivo funzionamento del sistema nervoso autonomo ortosimpatico, che utilizza una via ascendente per coadiuvare il messaggio sensitivo nella trasmissione e che gestisce anche per buona parte il tono arterioso, influenzandone il flusso sanguigno.

Anche la comparsa di un’infezione, un danno della parete venosa o la circostanza di una tromboflebite profonda, potrebbe dare inizio ad una perturbazione del tessuto locale, ad un’alterazione delle fibre nervose sensitive, gettando le basi per un’ipotetica manifestazione algodistrofica.

I traumi, le ustioni profonde, le lesioni cutanee, sono tutte condizioni che possono starare il funzionamento neurologico (centrale, periferico, autonomo) e vascolare, alterando l’equilibrio necessario per l’autoregolazione del corpo umano ed eventualmente favorirne l’algodistrofia.

La diagnosi

La diagnosi è difficile perché non essendoci fattori eziologici chiari, non è possibile affidarsi ad un’esame specifico per individuare la presenza della malattia.

Sarà necessario fare un’attenta analisi dei sintomi raccontati dal paziente, fare uno scrupoloso esame obiettivo valutando le condizioni di salute neurologiche, vascolari, articolari, muscolari.

L’ispezione della cute e del suo trofismo è un’altro degli indici di valutazione da annotare.


algodistrofia_05Nell’utilizzo di esami strumentali, verrano richiesti quelli utili a capire lo stato di salute dei sistemi anatomo-fisiologici sopra citati, pertanto potrà essere utile fare:

  • analisi del sangue per vedere l’eventuale presenza di infezioni
  • rm ed rx per valutare lo stato anatomico articolare e dei tessuti molli annessi
  • ecocolordoppler ed angiografia per lo studio dei vasi e del loro flusso sanguigno
  • elettromiografia ed elettroneurografia per lo studio dello stato di salute della conduzione nervosa periferica.

Di questa serie di esami verranno selezionati quelli in grado di sciogliere i dubbi generati nella diagnosi differenziale e permettere di capire quale sistema sia asincrono rispetto agli altri.


La cura

La cura non ha una strada ben definita da seguire, ma prevede approcci multidisciplinari.

A livello farmacologico vengono utilizzati farmacia antinfiammatori prevalentemente non steroidei, che possano limitare gli effetti infiammatori locali causati dai cataboliti.

antidolorificiMolto utili gli antidolorifici per cercare di abbassare la soglia del dolore ed evitare il circolo vizioso ad esso collegato, che vede l’aumento dello stato di contrattura muscolare, la riduzione del movimento e la perturbazione del circolo sanguigno.

Utilizzati anche gli anestetici locali per limitare la trasmissione del dolore alla fonte.

In vari casi vengono proposti farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale (antidepressivi, oppioidi, anticonvulsivanti), per calmare le risposte di rimbalzo al dolore profondo e continuo.

Anche a livello neurologico autonomo ortosimpatico si può agire con farmaci, alle volte anche chirurgicamente, per limitare le trasmissioni gangliari (le stazioni che captano e rilanciano i messaggi in entrata ed uscita, infarcendoli con comandi autonomi per la gestione della macchina umana).


FisioterapiaLa terapia

La fisioterapia e l’osteopatia sono le strade sempre utilizzate per recuperare il movimento articolare, il trofismo muscolare, per ridurre le contratture muscolari, per migliorare la circolazione venosa e ridare slancio alla circolazione linfatica.

Inoltre, per abbassare la soglia del dolore, per riequilibrare il sistema nervoso periferico ed autonomo, per evitare la riduzione netta delle attività fisiche.

E’ importante riuscire ad approcciare la patologia algodistrofica il prima possibile, perché il recupero e il reintegro delle proprie capacità è proporzionale al rapporto acuzia / cronicità.


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Morbo di Dupuytren

E’ una patologia a carico della mano, più precisamente riguardante la guaina del palmo della mano, che coinvolge a seguire i tendini dei flessori delle dita.

Possiamo tecnicamente definire il Morbo di Dupuytren come una fibromatosi palmare superficiale.

Tendini della manoL’ aponeurosi palmare superficiale è una guaina formata da tessuto connettivo e collagene, che si estende sopra i tendini dei muscoli flessori palmari delle dita, per proteggerli dalle compressioni durante la chiusura del pugno e per limitare gli attriti che si manifestano durante la presa della mano.

Oltre ad avere il compito di proteggere i tendini di cui sopra detto, l’aponeurosi palmare serve anche a migliorare lo scorrimento dei tendini stessi durante il movimento di chiusura ed apertura della mano e delle dita.


La classificazione

La classificazione del grado di patologia, nella maggior parte delle scale di valutazione, si compone di 4 punti, ed inquadrano il danno biologico e funzionale rispetto alla:

  • formazione di un nodulo senza limitazione funzionale
  • comparsa della retrazione del tendine che va ad inefficiare l’articolazione tra il metacarpo e la falange prossimale
  • estensione del danno anatomico alle articolazioni limitrofe
  • coinvolgimento dell’apparato muscolare, tendineo e capsulare, come danno da fibrotizzazione.

Per rendere maggiormente completa la classificazione nei 4 stadi, vengono sommati i gradi di perdita articolare delle varie articolazioni che compongono l’asse di movimento del dito, o delle dita, interessate dalla patologia.


I sintomi del Morbo di Dupuytren

Morbo di Dupuytren 03I sintomi del morbo di Dupuytren si manifestano con la comparsa di noduli palmari, che inizialmente sono dolenti alla palpazione, per poi perdere sensibilità con il passare del tempo.

Si associa la formazione di cordoni in relazione ai tendini, che aumentano il loro volume per la presenza di un edema sieroso profondo, diventando duri, retratti e ben palpabili.

Nell’evoluzione della patologia si ha una flessione delle dita, iniziando dall’articolazione metacarpo-falangea, per poi coinvolgere, in maniera minore, anche il resto delle articolazioni nelle loro estremità, fino a causare un irrigidimento delle dita stesse in flessione palmare, un’incapacità ad estendere le dita, fino ad arrivare ad un’anchilosi e alla possibile manifestazione di una neuroalgodistrofia.

Le dita che sono maggiormente colpite sono il mignolo, l’anulare e il medio.


Le cause

Attività manualiMa cosa causa questa patologia?

Verrebbe subito da pensare alla predisposizione data da alcuni tipi di lavori o da eventi traumatici, soprattutto micro traumi , ed effettivamente è cosi ma non solo.

Ci sono numerosi fattori di predisposizione quali:

  • patologie dismetaboliche epatiche e pancreatiche
  • uso prolungato di alcune tipologie di farmaci per la cura di patologie croniche
  • predisposizione genetica soprattutto su base familiare
  • abuso di alcool
  • tabagismo
  • traumi e micro traumi
  • alcune attività lavorative che prevedono l’utilizzo del pugno chiuso nella presa, che adoperano la forza nel serrare la mano e che vanno incontro a gesti ripetitivi e prolungati.

La diagnosi del Morbo di Dupuytren

La diagnosi viene fatta tramite un esame obiettivo, visivo, palpatorio e funzionale, dove si deve tener conto del tessuto palmare, della capacità dei tendini di allungarsi in maniera passiva e in maniera attiva tramite la contrazione dei muscoli estensori, della libertà o della rigidità articolare.

Morbo di Dupuytren 05Utile è l’esame ecografico che non serve tanto a confermare la presenza della malattia, ma ad indicare lo stato di degenerazione fibrotico dei tessuti e le possibili aderenze che si possano essere formate rispetto ai piani sottostanti.


Il trattamento

La terapia vede l’utilizzo di varie strade, che hanno la miglior interazione in base allo stadio in cui si affronta la patologia.

Nel campo della farmacologia l’utilizzo di antinfiammatori non ha la massima efficacia, anche se quelli della categoria steroidea, nel breve termine, ha dei risultati migliori.

Molto più efficaci sono le infiltrazioni di collagene, o le applicazioni di ozonoterapia, capaci di migliorare il trofismo dei tessuti e ridare uno slancio biologico tanto all’aponeurosi palmare, quanto alle strutture tendinee e capsulari.

Chirurgia della manoLa chirurgia prevede l’incisione dell’aponeurosi palmare, aponeurectomia se fatta con accesso classico, o aponeurotomia se fatta in percutanea, per liberare le restrizioni aponeurotiche e le aderenze rispetto ai tessuti tendinei sottostanti.

L’atto chirurgico viene effettuato quando il grado di patologia, rischia di creare un’anchilosi delle articolazioni in maniera irreparabile e nel momento in cui nessuna terapia precedentemente effettuata, abbia dato beneficio e miglioramento costante.


La fisioterapia e l’osteopatia

Morbo di Dupuytren 07La fisioterapia e l’osteopatia sono di fondamentale importanza in ogni fase dalla patologia.

La riabilitazione fisioterapica è importantissima per il recupero di un’eventuale fase post chirurgica.

La fisioterapia e l’osteopatia hanno la possibilità di ridurre e drenare l’edema che si manifesta nel tessuto aponeurotico, ed evitare la retrazione della fascia palmare stessa, recuperandone l’elasticità e disimbrigliando i tendini e le capsule articolari dalle possibili aderenze che vengono a presentarsi nell’evoluzione della patologia.

Hanno il compito e l’obiettivo di mantenere e recuperare l’articolarità delle dita della mano e di ristabilire un buon equilibrio di movimento tra la mano, il polso, l’avambraccio e la spalla.

Morbo di Dupuytren 08Nella riabilitazione post operatoria invece, il compito della fisioterapia sarà quello di recuperare il trofismo cutaneo della cicatrice chirurgica, di evitare le aderenze di quest’ultima e di recuperare l’articolarità dell’anchilosi che si  è venuta a formare nel distretto metacarpo falangeo e nel polso, durante l’evoluzione della patologia.

Sarà fondamentale ridare trofismo ai tendini, alle capsule articolari e disimbrigliare i nervi periferici che irradiano i messaggi sensitivi e muscolari nel distretto della mano.

Importantissimo sarà ridurre l’edema linfatico e vascolare venoso della mano, che inevitabilmente si formerà nel post operatorio, per evitare gli effetti nefasti della stasi e del deposito dei cataboliti.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

Cisti di Baker

Cisti di Baker 01Cos’è la Cisti di Baker?

La cisti di Baker, assolutamente di natura benigna, è un rigonfiamento di una delle borse sierose esistenti nel cavo popliteo, ovvero nella zona posteriore del ginocchio, le quali borse mantengono durante lo sviluppo, un anomalo collegamento con la capsula articolare, sviluppando un punto di comunicazione.

Generalmente la più interessata è la borsa sierosa del muscolo semimebranoso o quella del muscolo gastrocnemio mediale.


Cosa sono le borse sierose e a cosa servono?

Le possiamo immaginare come dei cuscinetti rivestiti nell’interno da membrana sinoviale e riempiti di liquido sieroso, che hanno il compito di attutire gli attriti muscolo-tendinei nei passaggi potenzialmente irritativi, in prossimità di sporgenze ossee o di articolazioni.

Cisti di Baker 02La cisti di Baker può anche svilupparsi attraverso un’erniazione della capsula articolare e della sua membrana sinoviale, che trova spazio tra le linee di passaggio muscolari e tendine della zona posteriore del ginocchio.

Le cisti di Baker variano per dimensioni da pochi millimetri a qualche centimetro e possono presentarsi in diverse fasce di età, nei bambini tra i 4 e i 7 anni circa, oppure in età adulta tra i 35 e i 70 anni.

La classificazione viene differenziata in primaria e secondaria.

La forma primaria è detta idiopatica, ovvero non se ne conosce la causa, perché il ginocchio appare sano nel suo complesso ed è la forma che generalmente colpisce i bambini.

La forma secondaria è conseguente ad una patologia del ginocchio, artrosi, artrite, lesioni meniscali, distorsioni, traumi diretti, fratture, per cui si forma liquido sinoviale in eccesso che sfoga verso il perimetro posteriore, dando vita alla cisti in questione.

La cisti secondaria è maggiormente presente nell’età adulata, proprio perché è più facile che si presentino disturbi ortopedici correlati a carico del ginocchio.


I Sintomi

I sintomi sono legati alla grandezza volumetrica e all’effetto compressivo del rigonfiamento nei confronti dei tessuti limitrofi e spesso si sovrappongono alle conseguenze delle patologie pre esistenti del ginocchio.

É ben palpabile, il volume può esserne apprezzato con più facilità all’aumentare delle sue dimensioni.

Cisti di Baker 03Nel quadro sintomatico il paziente può riferire un gonfiore articolare, una limitazione del movimento, un dolore alla pressione nella zona posteriore del ginocchio, alle volte un’alterazione della sensibilità (parestesia) nel caso in cui la cisti vada ad irritare il passaggio del nervo sciatico in zona poplitea.

Raramente la cisti va incontro a rottura e quindi a dispersione del liquido nei tessuti circostanti, con la possibilità di creare un’infiammazione o peggio un infezione.

Altrettanto rari sono i casi in cui la cisti possa calcificarsi indurendosi e causando una compressione di maggior impatto sui tessuti limitrofi.


La diagnosi

La diagnosi vede come primo approccio la palpazione e l’identificazione di una massa molle e comprimibile nella zona posteriore dl ginocchio.

Alla palpazione farà seguito un’esame clinico per valutare la presenza di liquido nei vari compartimenti articolari del ginocchio, inoltre vanno ricercate le possibili patologie  presenti, che mettano l’articolazione nelle condizioni di lavorare male, infiammandosi e diminuendo la propria funzionalità.

Cisti di Baker 04

L’esame ecografico permette di evidenziare la presenza della cisti di Baker e di valutarne il contenuto liquido.

La risonanza magnetica è un esame più minuzioso nello studiare le caratteristiche anatomiche della cisti, la sua posizione, il rapporto con i tessuti adiacenti e con la capsula articolare.


La terapia

La terapia è necessaria nel momento in cui la cisti crei un dolore, una limitazione articolare o un sintomo compressivo dei tessuti adiacenti muscolari, vascolari o neurologici.

La cisti di Baker idiopatica, ovvero primaria, migliora nel giro di 15-20 giorni semplicemente con il riposo, con lo scarico articolare e l’utilizzo di stampelle, alle volte sparisce quasi del tutto.

La cisti di Baker secondaria invece vede la necessità di porre rimedio alle patologie concomitanti che interessano l’articolazione, che siano di natura disfunzionale, anatomica o di entrambe, utilizzando antinfiammatori, calze drenanti, ghiaccio, riposo, scarico del peso corporeo, fisioterapia per il recupero funzionale, per drenare il liquido sinoviale, per migliorare l’assetto posturale e scaricare meglio il peso corporeo.

La strada delle infiltrazioni, per aspirare il liquido contenuto nella cisti, è venuta a perdere attenzione nel tempo, perché si è visto che in alcuni casi non solo il liquido si riformava nel giro di breve, ma ne era stimolata la maggior produzione.

La chirurgia entra in scena nel momento in cui la cisti sia eccessivamente grande e compromettente per la salute dei tessuti adiacenti, oppure quando si rende necessario riparare il danno anatomico del ginocchio che causa instabilità, infiammazione e degenerazione tessutale.

Sicuramente per prevenire l’evoluzione delle patologie legate alla cisti di Baker è importante mantenere un buon tono muscolare, ottimizzare la propriocettività articolare, curare l’assetto posturale e ottimizzare il drenaggio venoso e linfatico degli arti inferiori.

La cisti di Baker è complessa, ma oggi abbiamo imparato che è approcciabile su vari fronti e quindi facilmente gestibile e curabile.

Esercizi per la Dorsalgia

La settimana scorsa ho parlato della dorsalgia e per completare l’argomento, nell’articolo di oggi, vi metto a disposizione una serie di esercizi utili per migliorare l’articolarità e il tono-trofismo muscolare.

Abbiamo capito che la salute della colonna cervicale, lombare e ovviamente dello stesso tratto dorsale, passa inevitabilmente per il buon funzionamento e il buon equilibrio del segmento vertebrale in questione, insieme alla gabbia toracica della quale ne fa parte.

Ma entriamo subito nel vivo dell’argomento dividendo gli esercizi in un capitolo articolare, un capitolo respiratorio toracico e un capitolo muscolare.


CAPITOLO ARTICOLARE


Esercizi_dorsalgia_01Dalla posizione quadrupedica alterno la fase 1, dove curvo la schiena in alto verso il soffitto e abbasso la testa verso le braccia, per poi arrivare alla fase 2 dove inarco la schiena portando la pancia verso il pavimento, spostando la testa in alto e in dietro.

  • 6 movimenti completi delle 2 fasi.

In ogni fase mantengo la posizione massima raggiunta per 10 secondi.Questo esercizio migliora l’articolarità della colonna dorsale in flessione ed estensione


Esercizi_dorsalgia_02Mi posiziono in ginocchio frontalmente ad una parete,

alzo le braccia sopra la testa tenendole vicine tra di loro eposando le mani sul muro.

Il sedere sta sui talloni.

La testa scende in avanti.

Allungo le braccia verso l’alto, facendo strusciare le mani sul piano di appoggio ed estendendo contemporaneamente la schiena il più possibile, come mostrato dalla freccia, mantenendo fisso il contatto tra il sedere e i talloni

  • 5 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi

Questo esercizio serve a mobilizzare la colonna dorsale in estensione, evitando il compenso delle scapole e allungando la muscolatura toraco-lombare.


Esercizi_dorsalgia_03Dopo essermi posizionato in ginocchio, in maniera cauta, vado a prendere, prima con una mano e poi con l’altra, entrambi i talloni dei piedi.

Se dovessi avere difficoltà a raggiungere i talloni, posso tenere i piedi a martello poggiando sulle dita e non sul collo del piede.

Quando con le mani mi sono agganciato ai talloni, sollevo la testa ed il mento verso il soffitto.

  • 3 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 25 secondi

Questo esercizio porta ad estendere la colonna dorsale e ad allungare la catena muscolare anteriore.


Esercizi_dorsalgia_04Parto dalla posizione prona con le mani in appoggio vicino al busto.

Nella fase1 prendo aria facendo un atto inspiratorio profondo.

Nella fase 2 trattengo l’aria ed inizio un’estensione del busto, del collo e della testa facendo forza sulle braccia e stando attento a non sollevare il bacino da terra.

  • 3 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 40 secondi

Questo esercizio aiuta a mobilizzare la colonna sui piani articolari antigravitari posteriori, estremizzando il movimento dei tessuti molli della catena anteriore.


Esercizi_dorsalgia_05Parto dalla posizione seduta con le gambe incrociate, sdraiandomi poi lungo la schiena e posizionando bene la nuca sul pavimento, che diventerà insieme ai glutei, i due punti di appoggio per inarcare la schiena verso l’alto, sollevando il mento e arretrando la testa come indicato dalle frecce

  • 3 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 15 secondi

Questo esercizio mi consente di migliorare la mobilità estensoria delle vertebre dorsali alte, allungando la catena fasciale e muscolare anteriore del collo e del torace.


Esercizi_dorsalgia_06Parto dalla stazione eretta con le braccia ben distese in alto, fermate da un bastone o da un asciugamano.

Dalla posizione 1 mi inclino lateralmente chiudendomi sul fianco sinistro e allungando il più possibile il lato destro, fino ad arrivare alla posizione 2.

  • 5 volte inclinandomi a sinistra, mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi
  • 5 volte inclinando a destra, mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi

Questo esercizio permette di mobilizzare in lateralità la catena vertebrale dorsale e di allungare la muscolatura del torace del lato convesso.


Esercizi_dorsalgia_07Dalla posizione quadrupedica allungo le braccia in avanti mantenendo i femori (le cosce) perpendicolari al suolo, a questo punto la spalla sinistra verrà appoggiata al pavimento e il suo braccio sarà disteso come nella figura, in questo modo otterrò una rotazione ed un allungamento del busto, associata a quella della scapola sul torace.

  • 5 volte con la spalla sinistra mantenendo la posizione per 10 secondi
  • 5 volte con la spalla destra mantenendo la posizione per 10 secondi

Questo esercizio perdette di mobilizzare in rotazione la colonna dorsale mettendo in allungamento la catena muscolare rotatoria vertebrale e la catena muscolare scapolare.


CAPITOLO RESPIRATORIO


Esercizi_dorsalgia_08Nella fase 1 con la schiena ben eretta e la testa che mantiene un unico allineamento rispetto all’appoggio a terra del bacino, faccio un’ispirazione profonda gonfiando il più possibile il torace e soprattutto la pancia.

Nella fase 2 mantenendo la stessa posizione descritta nella fase 1, faccio un’espirazione profonda e prolungata, buttando fuori tutta l’aria che ho, accompagnando contemporaneamente le spalle verso il basso e spingendo la testa verso l’alto (come se qualcuno ci tirasse per i capelli).

Nell’espirazione forzata è importante che i muscoli dell’addome facciano venire la pancia in fuori il più possibile.

  • 10 volte (ognuna completa delle 2 fasi in sequenza).

Questo esercizio permette di svincolare il rapporto del cingolo scapolare rispetto al collo e rispetto alla zona toracica alta.


Esercizi_dorsalgia_09Nella fase 1 devo fare un atto inspiratorio, cercando di prendere più aria possibile, gonfiano oltre al torace anche la pancia.

Nella fase 2 devo fare un’espirazione forzata, andando ad eliminare quanta più aria possibile, facendo lo sforzo di sollevare l’addome verso l’alto e contemporaneamente di abbassare il costato verso le caviglie.

  • 10 volte (ognuna completa delle 2 fasi in sequenza).

Questo esercizio serve ad allungare il più possibile la muscolatura respiratoria primaria e accessoria, la quale collaborando in maniera diretta e indiretta con le spalle e con il dorso ,può essere una chiave importante per ottimizzare il funzionamento meccanico, neurologico, e fluidico (arterioso, venoso, linfatico), migliorando il benessere complessivo.


CAPITOLO MUSCOLARE


Esercizi_dorsalgia_10Sono sdraiato pancia in sotto, posizionando la fronte sul piano di appoggio e tenendo le braccia distese lungo i fianchi.

Sollevo le spalle da terra e mantenendole distaccate dal pavimento, faccio un movimento con le braccia ad arco portandole dai fianchi ad unirsi sopra la testa.

  • 30 movimenti consecutivi, ripetuti per 3 serie

Questo esercizio mi permette di rinforzare la muscolatura delle scapole, dei trapezi e dei paravertebrali, per migliorare il tono-trofismo dei gruppi muscolari antigravitari.


Esercizi_dorsalgia_11Parto dalla posizione quadrupedica, per arrivare a sollevare il braccio sinistro e la gamba destra (braccio e gamba opposti).

Il braccio sinistro sarà ben dritto e allineato con il busto. La gamba destra sarà ben dritta, con il piede a martello e allineata con il busto.

  • 7 volte per incrocio dei due lati, mantenendo la posizione raggiunta per 60 secondi.

Questo esercizio mi permetterà di rinforzare la muscolatura vertebrale crociata di tutta la colonna, in maniera armonica e sincrona.


Esercizi_dorsalgia_12Mi posiziono come nella figura rappresentata, con i gomiti fermi all’altezza delle spalle e i palmi  delle mani poggiate al pavimento.

  • 4 volte mantenendo la posizione per 30 secondi

Questo esercizio mi permette di rafforzare la muscolatura della colonna migliorandone la stabilità e la resistenza.


Esercizi_dorsalgia_13Parto dalla posizione eretta per poi flettere il busto a 90° circa come mostrato nella foto, tenero le gambe ben distese.

Impugno un elastico da esercizio fisico, fissato a terra dai miei piedi.

  • Da questa posizione traziono gli elastici verso la pancia, mantenendo i gomiti stretti al busto.

30 movimento consecutivi ripetuti per 5 serie.

Questo esercizio mi permette di rinforzare i muscoli stabilizzatori della colonna dorso-lombare, di tonificare e allenare i muscoli delle scapole e del tratto medio-superiore vertebro-dorsale.


Esercizi_dorsalgia_14Dalla posizione eretta porto i palmi delle mani a congiungersi dietro la schiena, come mostrato nella foto, esercitando una spinta costante per forza e intensità.

  • 5 volte mantenendo la massima spinta raggiunta per 20 secondi.

Questo esercizio mi permette di stabilizzare la muscolatura delle scapole e favorire l’estensione della colonna vertebrale dorsale.


Oggi abbiamo visto come poter affrontare i problemi di dorsalgia con esercizi specifici e mirati.

Sicuramente ne troverete beneficio, diminuirete di molto i vostri dolori, recuperando forza e migliorando la postura.

Ricordate che l’impegno personale nell’affrontare un percorso di cura è fondamentale e ha bisogno della costanza a lungo termine.