Cinque miti (sfatati) su covid e mascherine

Condivido con piacere un articolo di Focus che riassume in modo chiaro il rapporto tra covid e mascherine.

Le mascherine tolgono ossigeno? Chi non è infetto non le deve indossare? Contro le falsità dei complottisti del web, cinque dubbi chiariti una volta per tutte.

Mascherina sì o mascherina no?

La questione infiamma soprattutto l’arena dei social network (e molte piazze statunitensi), diventando uno dei cavalli di battaglia dei complottisti che sostengono, tra le altre cose, che indossare la mascherina possa essere addirittura dannoso.

Se è vero che l’Italia, secondo un sondaggio dello scorso aprile, si piazzava al terzo posto per numero di persone che indossavano la mascherina (dietro a Vietnam e Cina), è comunque importante rinfrescare la memoria e sfatare alcuni tra i miti più comuni ancora diffusi su uno degli strumenti al momento ancora più efficaci per proteggerci dalla covid e dal suo coronavirus, il SARS-CoV-2.

Covid e mascherine 01

Secondo un sondaggio Ipsos, nell’aprile 2020, nel pieno della pandemia anche nel nostro Paese, l’81% degli italiani indossava la mascherina per proteggersi dal coronavirus SARS-CoV-2. | STATISTA

NON È VERO CHE FA MANCARE L’OSSIGENO.

Indossare una mascherina chirurgica non produce un’intossicazione da CO2, né causa deficit di ossigeno.

Basti pensare al personale medico, che da decenni indossa mascherine per diverse ore al giorno, senza soffrirne.

Un dottore irlandese, Maitiu O Tuathail, ha pubblicato su Twitter un video in cui dimostra che i livelli di saturazione di ossigeno nel sangue rimangono al 99% indossando non una, bensì sei mascherine contemporaneamente.

Quello che la OMS consiglia di non fare è indossare la mascherina mentre si fa sport: il sudore può inumidirla più velocemente, riducendo così la capacità di chi la indossa di respirare con normalità e favorendo la prolificazione di microrganismi.


Covid e mascherine 02

È fondamentale indossare correttamente la mascherina: ecco alcune semplici regole da seguire per utilizzare correttamente le mascherine chirurgiche e quelle in tessuto (clic sull’immagine per ingrandirla).

NON È VERO CHE SE NON SEI INFETTO, NON SERVE.

Uno studio condotto sul focolaio di Vo’ Euganeo (Padova) ha rilevato che il 40% degli infetti era asintomatico.

Un’altra ricerca suggerisce che oltre la metà dei casi di covid sarebbero causati da soggetti asintomatici e presintomatici.

Tutto questo significa che, anche se ci sentiamo bene, possiamo essere contagiati e contagiosi: da qui l’importanza di indossare tutti la mascherina, non solo gli infetti, proprio perché chiunque potrebbe essere inconsapevolmente infetto.

COVID E MASCHERINE: EGOISTI E ALTRUISTI.

Le mascherine chirurgiche, in particolare, non proteggono tanto chi le indossa ma gli altri, perché impediscono o riducono sensibilmente la dispersione delle goccioline della respirazione e perciò bloccano il virus che, se presente, da quelle goccioline è trasportato.

Il concetto è semplice: io indosso la mascherina per proteggere te, tu la indossi per proteggere me – e questo vale specialmente nei luoghi dove non è possibile garantire il corretto distanziamento.


CON PATOLOGIE CRONICHE SI FA PIÙ FATICA.

È vero, chi soffre di patologie respiratorie come asma e broncopatia con la mascherina fa più fatica a respirare, ma non è vero che indossarla peggiori la malattia!

Invece, indossarla e pretendere che le persone attorno la indossino è una garanzia: chi è affetto da malattie respiratorie dovrebbe essere il primo a volere che questa semplice misura protettiva sia sempre rispettata.

«Non immaginiamo cose che non esistono», afferma la dottoressa Jennifer Ashton dai microfoni del notiziario statunitense Good Morning America: «stiamo parlando di proteggere la vita delle persone.»


NON È VERO CHE LA MASCHERINA RENDE INVINCIBILI.

Questo è un piccolo paradosso: tra chi indossa la mascherina ci sono anche persone che, proprio per il fatto di averla, violano altre norme di sicurezza.

Indossare la mascherina non basta: l’OMS lo ripete dall’inizio della pandemia, quando sottolineava che utilizzare la mascherina avrebbe potuto “creare un falso senso di sicurezza e spingere a tralasciare altre misure essenziali”.

Il distanziamento sociale e l’igiene personale sono altrettanto fondamentali e la mascherina non deve darci l’illusione di essere protetti sempre e comunque.

Fonte: Focus.it

Cefalea tensiva

La cefalea tensiva è una forma di mal di testa che ad oggi non viene più associata ad una tensione muscolare abnorme.

Infatti nella letteratura passata veniva chiamata cefalea muscolo-tensiva, ma allo stato attuale è prevalentemente associata ad un disturbo psicologico e/o psicosomatico.


Le cause della cefalea tensiva

Nella realtà molti addetti ai lavori, a torto o a ragione, continuano ad inserire nelle concause anche i disturbi di origine posturale, la verticalizzazione del tratto cervicale associata alla rigidità e alla perdita di mobilità, all’irritazione dei neri periferici delle vertebre cervicali superiori, ad una tensione eccessiva dei muscoli delle spalle e del collo, ad una cattiva occlusione dentaria.

Oltre alle cause psicologiche legate allo stress, alla depressione, all’ansia, alla stanchezza psico-fisica, all’alterazione del ciclo sonno-veglia, agli squilibri ormonali e alla diminuzione delle endorfine che abbassano la soglia di percezione del dolore.


I sintomi

cefalea tensiva 02La cefalea tensiva generalmente si manifesta nella regione nucale-occipitale, ma può presentarsi anche nella zona delle tempie o della regione frontale fino alla linea sopra orbitale.

Il mal di testa può localizzarsi in maniera specifica, seguire un andamento a fascia monolaterale o bilaterale, oppure può manifestarsi con un’irradiazione a cerchio.

La durata degli attacchi può variare da alcuni minuti, circa 30 a pochi giorni, fino a 7.

Si possono manifestare con una frequenza differente che darà la denominazione di cefalea episodica o cronica.

cefalea tensiva 03Il dolore viene descritto come lieve o moderato, persistente e alle volte costrittivo, quasi mai forte e ne di tipo pulsante.

Fortunatamente questa cefalea non comporta nausee se non in maniera sporadica, ne disturbi visivi e inabilità alle attività di vita quotidiana, però il paziente lamenta un dolore fastidioso e mal sopportato.


La diagnosi della cefalea tensiva

Per diagnosticare la cefalea tensiva, serve fare una buona raccolta dati di tutti i sintomi riportati dal paziente.

Generalmente la diagnosi è abbastanza facile da denominare, ma alle volte può essere associata a delle sfumature sintomatiche tali da richiedere delle indagini diagnostiche da affiancare.

Può essere utile richiedere una rx di colonna in toto, per esaminare la postura dell’individuo rispetto allo stato di salute dei vari segmenti vertebrali.

cefalea tensiva 04Una rx cervicale può essere valida nel caso si voglia ricercare una verticalizzazione del tratto cervicale, valutare i compensi di recupero sottoccipitali e visualizzare un’ eventuale stato degenerativo in essere.

La rm cervicale è utile se si deve fare diagnosi differenziale con problemi discali o delle radici nervose dei segmenti cervicali.

Lo studio dell’ATM è importante nel caso si riscontri un disturbo occlusivo e/o delle sublussazioni/lussazioni dell’articolazione tempero mandibolare.


La terapia

La terapia è mirata in base alle cause che scatenano la patologia.

Sono sicuramente utili gli antinfiammatori non steroidi, così come gli antidolorifici che agiscono sul sistema nervoso centrale.

Dove ne sia riscontrato il caso, viene fatto uso di farmaci stabilizzatori dell’umore

che siano in grado di favorire la stabilità della soglia del dolore, in maniera da evitare l’exploit sintomalogico.

cefalea tensiva 05Ove siano presenti concause ortopediche dell’apparato muscolo-scheletrico, sarà molto utile correggere la postura vertebrale, riequilibrare il movimento del segmento cervicale, ridurre lo spasmo muscolare  e le eventuali contratture, disimbrigliare le radici nervose periferiche nel loro punto di origine e/o lungo il loro percorso periferico, il tutto tramite l’aiuto di un fisioterapista o di un osteopata.

Per gestire al meglio le cefalee tensive è di fondamentale importanza adottare uno stile di vita sano.

Uno stile di vita che punti ad una buona alimentazione, corretta ed equilibrata, ad un’attività fisica costante e ad un corretto ciclo sonno-veglia, che permetta di recuperare le necessarie energie per mezzo del riposo.


La salute passa attraverso la conoscenza e anche grazie a questo articolo, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

Sindrome delle gambe senza riposo (RLS)

Che cos’è la Sindrome delle gambe senza riposo (RLS)?

Gambe senza riposo 01La sindrome delle gambe senza riposo o RLS (Restless Legs Syndrome) è un disturbo neurologico con sintomi sensoriali e motori, che colpisce uno o entrambi gli arti inferiori.


La sintomatologia della RLS

Il paziente non riesce a descrivere con precisione i sintomi.

Generalmente racconta di compiere movimenti involontari delle gambe (alle volte anche delle braccia), di avere la necessità improvvisa di muovere gli arti inferiori, di camminare o di massaggiarsi le gambe.

Spesso riscontra delle parestesie degli arti inferiori, con un’alterazione fastidiosa della sensibilità.

NotteQuesti sintomi vengono riscontrati maggiormente la notte ma nei casi più gravi si possono manifestare anche durante le ore diurne.

La sindrome delle gambe senza riposo viene inquadrata come patologia neurologica, ma anche catalogata come disturbo del sonno, perché riduce la qualità del riposo notturno.

L’insorgenza dell’ RLS colpisce una percentuale tra il 3 e il 9% della persone, a maggior svantaggio della popolazione femminile.

GravidanzaAlcune donne manifestano i sintomi durante la gravidanza e di queste una parte, saranno maggiormente predisposte a ripresentare la patologia più avanti negli anni.

Generalmente si manifesta dopo i 40 anni, con sintomi che peggiorano con l’aumentare dell’età.

In percentuale ancora minore, le manifestazioni iniziano già a 20 anni, ma generalmente fanno parte della categoria ad insorgenza idiopatica.

Gambe senza riposo 04


La sindrome delle gambe senza riposo si divide in due forme:

  • forma primitiva (idiopatica)
  • forma secondaria

La forma primitiva

La forma primitiva viene cosi definita perché è senza causa apparente, si può attivare già in giovane età, dai 20 anni in poi, ha un inizio subdolo e lento, che peggiora con il passare del tempo.

Ci possono essere delle correlazioni genetiche dominanti, trasmissibili tra parenti diretti.

La forma secondaria

La forma secondaria si manifesta dopo i 40 anni,  con un esordio sintomatico improvviso.

Si attiva maggiormente nelle ore notturne e nei casi più marcati, anche nelle ore diurne.

Può essere legata a condizioni cliniche particolari e ad alcune terapie farmacologiche.

Gambe senza riposo geneticaIn entrambe le forme il 60% è geneticamente predisposto allo sviluppo della sindrome.


Le cause

Le cause che possono incidere nella forma secondaria dell’RLS, sono da riferire in gran parte a disturbi neurologici di tipo centrale o periferico.

Gambe senza riposo 06Molti fattori scatenanti sono direttamente o indirettamente collegati allo stato anatomico e di salute dei due sistemi neurologici prima nominati.

Vediamoli insieme:

  • morbo di Parkinson
  • radicolopatie e nevriti
  • carenza di ferro, che disturba la corretta sintesi di L-dopa (la dopamina è una sostanza importante per la trasmissione dei messaggi cerebrali e quindi anche per la qualità del controllo della coordinazione e del movimento)
  • mancanza di folati (vitamina B9) e della vitamina B12, fondamentali per la funzionalità dei globuli rossi e del sistema nervoso
  • carenza di magnesio, che nella patologia specifica di cui parliamo oggi, interagisce con il buon funzionamento dei muscoli e delle strutture nervose
  • diabete mellito, celiachia, intolleranze alimentari e tutti i disturbi della digestione, della metabolizzazione del cibo e dell’assorbimento gastro-intestinale, ovvero tutte quelle patologie alimentari che hanno un risvolto sullo stato di salute del sistema nervoso per nutrimento ed eventuale intossicazione del tessuto
  • insufficienza venosa con ristagno di sangue e aumento dei cataboliti locali, che possono intossicare il nervo nel distretto interessato
  • patologie renali e uremia, per il deficit che si instaura nell’eliminare sostanze inutili o dannose come urea, acidi urici, eccesso di ioni H+, diminuendo anche la capacità di regolare la concentrazione di acqua e soluti nel sangue
  • patologie autoimmunitarie

AlimentazioneNello sviluppo della sindrome delle gambe senza riposo, possiamo trovare come concause anche l’utilizzo prolungato e costante di alcuni tipi di farmaci ad azione sul sistema nevoso centrale, antipertensivi, antistaminici.

L’abuso di caffeina e di alcolici, possono aumentare le possibilità di innesco dei disturbi patologici prima descritti.


La diagnosi

Gambe senza riposo diagnosiEssendo una patologia di difficile descrizione da parte del paziente, è importantissimo che l’operatore sanitario, conduca un’anamnesi mirata e minuziosa.

Gli esami di laboratorio o strumentali devono essere richiesti in base alle concause che vengono individuate nello sviluppo sintomatico dell’RLS.


La cura della Sindrome delle gambe senza riposo (RLS)

Gambe senza riposo 09Sempre per lo stesso concetto, la cura verrà mirata in base all’eziologia individuata, fermo restando che delle buone abitudini di vita, soprattutto alimentari e fisiche, possono aiutare a gestire i disturbi che si scatenano sul paziente.

La sindrome delle gambe senza riposo è fastidiosa e riduce la qualità del sonno e del riposo.

Sono molte le patologie associate che possono aumentarne i disagi ma, con le informazioni acquisite oggi, possiamo migliorare il quadro di salute generale e quello specifico, diminuendone gli effetti sintomatici.

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Displasia congenita dell’anca

Cos’è la displasia congenita dell’anca?

Displasia congenita anca 01La displasia congenita dell’anca (DCA) conosciuta in alternativa  come “lussazione congenita dell’anca (LCA)”, è una patologia che riguarda l’articolazione coxo-femorale sia nella conformazione e sia nel posizionamento della testa del femore rispetto all’acetabolo.

Le classificazioni

La lussazione congenita dell’anca, ha diverse classificazioni a seconda di come evolve la dislocazione della testa del femore e dei rapporti anatomici che si vengono ad instaurare:

  1. displasia dove si evince un acetabolo ovalizzato
  2. sublussazione della testa del femore dove si ha una perdita parziale dei normali rapporti anatomici tra i due capi articolari
  3. lussazione dove si ha una perdita totale dei normali rapporti anatomici tra i due capi articolari
  4. lussazione e formazione di un neo-acetatolo, ovvero l’osso esterno del bacino (iliaco), al di sopra dell’articolazione, si modifica creando una nicchia che ospita la testa del femore in maniera impropria.

Displasia congenita anca 02

Quando si manifesta?

La patologia displasica si attiva già nel periodo fetale e può manifestarsi su una singola anca oppure, in percentuale ridotta mediamente al 30-35%, su entrambe le anche.

La popolazione femminile è maggiormente colpita rispetto ai maschietti e si riscontra una familiarità patologica.

Displasia congenita anca 03Nella displasia congenita dell’anca troviamo una serie di alterazione che riguardano varie strutture anatomiche:

  • cartilagini
  • osso
  • capsule articolari
  • legamenti
  • muscoli
  • tendini
  • tessuti fasciali
  • tessuto adiposo.

Le alterazioni strutturali sono sicuramente le più importanti, perché da lì avremo gli adattamenti di tutte le restanti strutture anatomiche, che compenseranno nel miglior modo possibile, senza però arrivare mai ad una stabilità ottimale dello stato di salute dell’articolazione.

Per alterazioni strutturali intendo:

  • ipoplasia dell’acetabolo
  • un solco migratorio della testa del femore sull’ala iliaca esterna del bacino
  • la formazione atipica di un neo-acetabolo alla fine del solco migratorio iliaco, dove si stabilizzerà la testa del femore, creando una falsa articolazione adattativa
  • alterazione della testa, del collo e dell’angolo femorale.

Cause e sintomi della displasia congenita dell’anca

Cause

Displasia congenita anca 04Le cause che possono innescare la displasia congenita dell’anca sono diverse:

  • ereditarietà che si manifesta con percentuali diverse a seconda del diretto corrispettivo con genitori o fratelli
  • riduzione della resistenza della cavità acetabolare, ovviamente a maggior impronta cartilaginea nei primissimi periodi di vita e sviluppo
  • lassità capsulo-legamentosa, che permette il dislocamento della testa del femore fuori dall’asse articolare
  • la posizione del feto nel periodo di sviluppo e il rapporto di volume-spazio occupato soprattutto negli ultimissimi mesi, che potrebbe portare il nascituro ad assumere degli atteggiamenti sbagliati e innaturali con l’anca.

Sintomi

I sintomi che si manifestano nella lussazione congenita dell’anca sono diversi a seconda del grado di displasia e in relazione all’età della comparsa manifesta nel soggetto affetto.

Nella fase neonatale si individua uno scatto ed un’anomalo movimento, che viene riscontrato e riprodotto tramite due test specifici:

  • manovra di Ortolani
  • manovra di Barlow.

La coscia tende ad essere maggiormente in extrarotazione nella posizione di riposo e l’arto displasico è risalito, risultando erroneamente più corto.

I movimenti di apertura della coscia possono risultare ridotti.

Displasia congenita anca bambiniNello sviluppo dei bambini, in particolare modo nella conquista della posizione bipodalica e nello sviluppo della deambulazione, si può manifestare un ritardo di entrambe le fasi.

Non è raro notare uno stato anomalo di tensione muscolare, se non addirittura di contrattura di alcuni e uno stato di ipotonicità di altri.

Nel corso degli anni si instaureranno compensi di postura sia a livello della colonna vertebrale, sia nel ginocchio, com’anche nell’appoggio del piede a terra in fase statica e dinamica.

Sarà inevitabile veder sviluppare un’artrosi precoce della testa del femore e della zona articolare che la contiene.

Come si diagnostica una displasia congenita dell’anca?

Manovre Ortolani BarlowCome prima frase, nei giorni di degenza ospedaliera del bambino dopo il parto, durante i controlli pediatrici, vengono eseguite le manovre di Ortolani e/o di Barlow, che metteranno in allerta i sanitari, nel qual caso risultino positive.

Gli esami ecografici sono fondamentali e vanno effettuati tra la 6° e la 12° settimana di vita del bambino.

L’ecografia permetterà di vedere lo stato di salute della zona articolare, le strutture cartilaginee pre-sviluppo osseo, lo stato in essere dei legamenti e delle capsule articolari.

Displasia congenita anca RXLe indagini radiografiche permettono di capire l’anatomia delle articolazioni coxo-femorali displasiche, non nel periodo post nascita e ne prima dello stadio di inizio deambulazione, perché la formazione ossea sarebbe minima e quindi troppo poco valutabile.

L’RX diventa un ottimo esame diagnostico nel momento in cui l’osso è sufficientemente o totalmente formato, permettendo di valutare sia la posizione dei capi articolari, sia la deformazione articolare, sia la presenza della neo-articolazione.

La terapia della displasia congenita dell’anca

La terapia varia in maniera significativa a seconda di quanto si sia stati tempestivi nel diagnosticare e nell’affrontare la patologia displasica.

La fase neonatale

Displasia congenita anca tutore

Displasia congenita anca tutore

Nella fase neonatale si utilizza un tutore per centrare e mantenere nella posizione ottimale la testa del femore nell’acetabolo.

Fintanto che le strutture anatomiche, scaricate dalle trazioni muscolari e dalle forze di compressione, si sviluppino maggiormente e siano tra loro meglio contenenti.

Nel caso la terapia inizi in una fase di lussazione dell’anca, sarà necessario applicare una trazione prolungata in scarico che riporti la testa del femore in allineamento con l’acetabolo articolare.

Si andrà, poi, fare una manovra di riposizionamento e fissarla in correzione con apparecchio gessato o tutore.

I tempi saranno variabili in ogni sua fase a seconda della gravità della lussazione e in relazione allo stato di tensione e fibrosità dei tessuti molli.

Accrescimento e età adulta

Nel caso la patologia sia ormai conclamata e stabilizzata in un’età di accrescimento e sviluppo importante, non abbiamo modi efficaci per ristabilire la congruità dei capi articolari, se non sostituire l’articolazione con un’artroprotesi, impiantando quindi una nuova testa del femore e un nuovo acetabolo.

Visto che le protesi articolari hanno un tempo di durata abbastanza predefinito, generalmente si aspetta un’età adulta per impiantare la neo-articolazione.

Nel frattempo si utilizza la fisioterapia per diminuire al massimo i compensi articolari vertebrali e di carico degli arti inferiori, ristabilendo la miglior capacità funzionale delle catene muscolari, evitando contratture oppure ipotonicità.

Sarà necessario mantenere la miglior articolarità possibile concessa, per lasciare attivi i movimenti nei piani congrui biomeccanici.

artroprotesi ancaSpesso ci troveremo costretti a recuperare la dismetria tra i due arti, causata dalla dislocazione articolare, per mezzo di un rialzo, permettendo di mantenere almeno il miglior assetto vertebrale posturale possibile.

L’artroprotesi

Quando il paziente arriverà ad un’eta congrua per affrontare l’intervento di sostituzione articolare, una volta impiantata l’artroprotesi, si procederà ad un periodo di recupero riabilitativo.

In questa fase, sarà compito del fisioterapista andare a ristabilire l’articolarità della protesi, eliminare gli esiti chirurgici, quali edemi, cicatrici, ipotonie muscolari, scompensi posturali e biomeccanici.

A questo punto il paziente comincerà a vivere un nuovo periodo, libero dalle difficoltà articolari e dai dolori muscolari.

Deve tener presente che generalmente il complesso protesico messo prematuramente, deve portarlo a prestare attenzione per evitare un’usura precoce della neo-articolazione.

E’ indispensabile evitare di sottoporla a gesti che ne possano aumentare il carico oltremodo ed il rischio di lussazione.

La displasia congenita dell’anca non ci deve preoccupare soprattutto se presa nelle primissime fasi neonatali.

La diagnosi precoce diventa la miglior alleata a nostra disposizione, in caso contrario il percorso di cura sarà più lungo e tortuoso ma comunque possibile.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

 

Articolo presente anche su APA Institute

Gli otoliti e le vertigini posizionali parossistiche benigne

Parliamo oggi di otoliti e vertigini posizionali parossistiche.

Otoliti 01Cosa sono gli otoliti?

Gli otoliti possono essere immaginati come dei piccoli sassolini formati da carbonato e ossalto di calcio, sono dei cristalli precipitati attorno ad un nucleo, si collocano nell’orecchio interno e hanno un ricambio biologico periodico.

Nell’orecchio interno sono immersi in una sostanza gelatinosa che viene chiamata membrana otolica, la quale a sua volta è in rapporto con la zona sensoriale (macula acustica) dell’otricolo e del sacculo.


La macula acustica ha delle estroflessioni a forma di ciglia, che prendono rapporti con la membrana otolitica, ovvero con una sostanza gelatinosa dove sono immersi gli otoliti; ha il compito di percepire le accelerazioni lineari verticali, orizzontali e la forza di gravità, dando costantemente il senso di posizione della testa nei piani dello spazio.

Gli otoliti, grazie al proprio peso specifico, imprimono il loro spostamento compressivo e di stiramento alla membrana otolitica, trasmettendolo alle ciglia della macula acustica ogni qual volta si inizi un movimento dinamico o di posizionamento.

Quindi possiamo affermare che gli otoliti sono in gran parte responsabili della trasmissione-reazione del movimento, della direzione e dell’equilibrio.

Il nervo vestibolare è deputato a raccogliere queste informazioni per trasmetterle al cervello, che elaborerà gli spostamenti del corpo, dando il senso statico e di equilibrio nei movimento antero-posteriori (orizzontali) di competenza dell’utricolo e infero-superiori (verticali) di competenza del sacculo.

Sistema VestibolareNel sistema vestibolare dell’orecchio interno non va dimenticata la presenza dei canali semicircolari.

Questi canali quali hanno il compito di recepire le accelerazioni angolari tra cui le rotazioni della testa, stimolando la membrana gelatinosa (cupola), anch’essa collegata alle cellule capellute in relazione con il nervo vestibolare.

Nell’utricolo, nel sacculo, nei canali semicircolori, in una porzione della coclea, ovvero in buona parte dell’orecchio vestibolare interno, vi è contenuta l’endolinfa.

L’endolinfa è un liquido gelatinoso di fondamentale importanza per coadiuvare i parametri di spostamento della testa e trasmettere tramite le forze direzionali, impulsi neurologici di relazione, captati nei vari piani dello spazio.

Per comprendere meglio, vediamo com’è formato l’orecchio.

OrecchioL’orecchio è diviso in 3 parti:

  • orecchio esterno

Formato dal padiglione auricolare, dal condotto uditivo e dalla membrana timpanica,

ha il compito di raccogliere il suono e trasferirlo alla membrana vibratoria timpanica.

  • orecchio medio

Va dalla membrana timpanica all’orecchio interno e trasferisce le vibrazioni prodotte dal suono tramite 3 ossicini chiamati martello, incudine e staffa.

  • orecchio interno

Si trova nella parte intima del cranio in zona temporale.

Troviamo la coclea deputata alla ricezione degli impulsi sonori e funge da stazione di arrivo e partenza dei messaggi neurologici, che dall’orecchio medio e poi interno, vengono recepiti per poi essere portati al nervo acustico e da lì al cervello, per l’elaborazione e la trasformazione logica dei suoni stessi, riuscendo cosi a convogliarli e a dare loro un senso.

Il vestibolo ha 3 strutture, l’utriculo, il sacculo e i canali semicircolari, i quali per mezzo dell’endolinfa e degli otoliti, sono capaci di dare il senso dell’equilibrio, portando informazioni meccaniche al nervo vestibolare.

Il nervo vestibolare, a sua volta trasmetterà le informazioni neurologiche al sistema nervoso centrale per l’elaborazione, rendendo il corpo capace di attivare le risposte corrette muscolo-scheletriche.

I questo modo, il soggetto è capace di adeguarsi ad ogni stimolo posturale, gravitazionale e dinamico, in un equilibrio ottimale.

OtolitiA quali problematiche gli otoliti, possono andare incontro e che sintomi comportano?

Gli otoliti possono distaccarsi e spostarsi dalla loro abituale posizione.

Ovvero rispetto all’utricolo e al sacculo, infilandosi nei canali semicircolari e stimolando in maniera erronea la membrana gelatinosa, attivando i ricettori degli spostamenti angolari, inviando messaggi elaborati dal cervello, che in realtà non si avverano.

Dando così un senso di rotazione che provoca in maniera consequenziale delle vertigini, chiamate vertigini posizionali parossistiche benigne, in gergo dette anche vertigini da distacco di otoliti.

La vertigine parossistica benigna può essere nominata in maniera specifica cupololitiasi, nel momento in cui gli otoliti si posizionano nella cupola, oppure canalolitiasi quando gli otoliti sono liberi nell’endolinfa.

Il senso di rotazione può avvenire sia in moto orario che antiorario, la crisi vertiginosa è violenta, improvvisa e si manifesta nei cambi di postura, dalla posizione sdraiata alla posizione seduta, alla posizione eretta e viceversa.

Anche il minimo spostamento della testa, dalla parte del labirinto interessato, può innescare le vertigini.

La durata della vertigine è variabile da alcuni secondi ad alcuni minuti ed essendo di tipo meccanica, è innescata dal movimento e dal cambiamento di posizione della testa.

Spesso insieme alle vertigini si manifestano dei sintomi associati, diversi tra di loro ma collegati, che aiutano il professionista sanitario ad inquadrare lo stato di salute del paziente, conducendolo alla diagnosi di vertigine da distacco degli otoliti.

La sintomatologia

Sintomi otolitiI sintomi associati sono:

  • nausea
  • tachicardia
  • nistagmo, ovvero un movimento involontario dei bulbi oculari
  • perdita dell’equilibrio
  • difficoltà nella messa a fuoco oculare
  • stato di confusione
  • ansia
  • depressione.

Raramente si associano disturbi dell’udito come l’ipoacusia o gli acufeni.

La vertigine parossistica benigna tende a regredire spontaneamente, però nel soggetto che la manifesta può ripresentarsi più volte nell’arco della propria vita.

Le cause

Le cause che posso scatenare il distacco e la migrazione degli otoliti, sono riconducibili a situazioni di varia natura:

  • eventi traumatici alla testa
  • infezioni batteriche o virali dell’orecchio e/o dell’osso che lo ospita es: otiti, mastoiditi etc.
  • interventi chirurgici locali
  • allettamento per un lungo periodo
  • idrope dell’orecchio con accumulo dell’endolinfa e circolazione anomala della stessa.

Come si arriva la diagnosi?

È importante fare una buona raccolta dati nell’affrontare l’anamnesi e appuntare tutti i segni e sintomi che il paziente riferisce, cercando di escludere le patologie secondarie come ad esempio il neurinoma del nervo acustico.

Visita otorinoLa visita con l’otorino è fondamentale per valutare lo stato di funzionalità e anatomico dell’orecchio.

In caso ci sia la necessità di indagini diagnostiche, viene maggiormente favorita la Rm.

Nella diagnosi viene molto utilizzata la manovra di dix-hallpike, capace di evocare la vertigine parossistica benigna, tramite un cambio di postura del copro e della testa del paziente, con movimenti precisi nell’esecuzione.

La positività di questo test da un forte indirizzo alla diagnosi di vertigine da distacco degli otoliti.

La terapia per liberare gli otoliti

Manovra otolitiIl trattamento d’elezione è l’effetto di una manovra per liberare gli otoliti (manovra di Epley) e riposizionarli in rapporto con l’otricolo e il sacculo.

Possono essere utilizzati dei farmaci antivertiginosi che  hanno il compito di diminuire la recettività e la trasmissione degli impulsi sensoriali vestibolari.

Va detto che queste cure farmacologiche aiutano il sintomo tenendolo a bada, ma non ne curano la causa.

La chirurgia può essere una strada se le manovre di liberazione degli otoliti non dovessero funzionare, ma il tipo di intervento non è semplice e lo si lascia come ultima via.

La rieducazione vestibolare può essere una strada percorribile nel momento in cui gli otoliti non rispondano alla manovra di riposizionamento.

Il paziente potrà tenere sotto controllo la sintomatologia evitando movimenti bruschi e veloci, sia del tronco che della testa.

Gli otoliti sono fondamentali per il benessere del nostro equilibrio corporeo, vivono in un ambiente complesso e delicato, se perdono la loro naturale posizione, creano un disagio vero e profondo.

Adesso che li conosciamo, non dobbiamo farci spaventare perché sappiamo che li possiamo riportare al loro assetto naturale.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

Reflusso biliare

Cos’è il reflusso biliare?

Cos'è il reflusso biliareIl reflusso biliare è una risalita della bile dal duodeno verso lo stomaco e nei casi più gravi anche nell’esofago.

Il duodeno è il proseguimento del tubo digerente, che si diparte dallo stomaco, continuando il suo percorso come piccolo intestino, ed è separato dallo stomaco attraverso una valvola chiamata piloro.

Il piloro è la valvola ultima dello stomaco che ha il compito di aprirsi, per mezzo di uno stimolo riflesso, meccanico-chimico, al passaggio del cibo nel proseguo del tubo digerente.

Nel duodeno si riversano dei liquidi importantissimi per il processo di digestione dei cibi ingeriti, tra di loro troviamo la bile, i succhi pancreatici e ovviamente i succhi gastrici.

 

La bile: cos’è e a cosa serve?

E’ è un liquido di colore giallo-verde, prodotto dal fegato e raccolto nella cistifellea, che ha la funzione di digerire i grassi e le vitamine liposolubili (A-D-E-K-F).

BileLa bile esce dal fegato tramite il dotto epatico comune, unendosi a seguire con il dotto cistico proveniente dalla colecisti; questa unione di dotti prendono il nome di  coledoco (dotto biliare comune).

Il coledoco si indirizza verso il duodeno dove avrà accesso tramite l’ampolla di Vater, utilizzando l’apertura della valvola (sfintere) di Oddi.

Se lo sfintere di Oddi non fa defluire la bile nel duodeno, questa verrà raccolta nella cistifellea in attesa di essere utilizzata nel pasto a seguire.

La bile ha un Ph neutro tendente al basico, ha una grossa percentuale di acqua, oltre il 90%, mentre per il resto si trovano varie sostanze quali: bilirubina, acidi biliari, fosfolipidi, colesterolo, elettroliti, proteine.

La bile oltre che digerire i grassi e alcuni tipi di vitamine (sopra elencate), ha anche altre funzioni molto importanti:

  • elimina la bilirubina che si produce per mezzo della degradazione dell’emoglobina
  • i sali biliari contenuti nella bile uccidono molti dei microbi nocivi introdotti nel corpo attraverso il cibo.
  • elimina le sostanze tossiche endogene ed esogene
  • coadiuva la peristalsi intestinale
  • riduce l’acidità dei succhi gastrici nel momento in cui si affacciano nel duodeno.

Le risposte

Reflusso biliareAlla domanda cosa sia il reflusso biliare, adesso rimane più facile dare una risposta.

Il reflusso biliare è una risalita della bile verso lo stomaco, attraversando l’antro pilorico, in un percorso contrario a quello che dovrebbe normalmente avere.

La forma oblungata, alle volte anche eccessivamente, dello stomaco, crea un ristagno della bile in esso e anche se di natura tendenzialmente basica e quindi di contrasto all’ acidità dei succhi gastrici, proprio per le sue caratteristiche organolettiche, tenderà a creare un’infiammazione della mucosa gastrica, che se prolungata nel tempo, potrà portare ad un’alterazione delle sue cellule.

Nei casi di grave mancanza di contenimento delle valvole, la perdita di continenza del cardias (la valvola che si interpone tra l’esofago e lo stomaco), potrà favorire la risalita di bile ancora più in alto e quindi nell’esofago, provocando un’esofagite da reflusso gastro-biliare.

Quali sono le cause che portano ad un’incontinenza del piloro ed eventualmente del cardias?

VisceriI visceri addominali, come anche quelli toracici, hanno bisogno di mantenere una relazione anatomica rispetto alle strutture di sostegno e  rispetto ai collegamenti tra organo ed organo.

Devono inoltre mantenere una capacità di resistenza ed elasticità rispetto ai movimenti e alle posture che il corpo umano compie e adotta quotidianamente.

Inoltre devono resistere e contrastare le forze pressorie che si sviluppano tanto nell’addome quanto nel torace.

Quando i visceri perdono queste capacità, si ha una perdita di posizione e di rapporto, per cui può essere danneggiata la funzione propria, la meccanica di contenimento e transizione.

A questo punto, potremo ritrovare tra le varie problematiche che si innescano, anche la cattiva chiusura della valvola pilorica e di quella del cardias.

Un’ altra causa-effetto del reflusso biliare, si può associare ai periodi post colecistectomia, dove l’asportazione chirurgica della cistifellea, elimina la possibilità di raccogliere la bile nel suo contenitore naturale.

Per questo motivo sarà maggiormente facilitato l’afflusso di bile direttamente nel duodeno e da lì risalire nello stomaco, qualora fosse presente un’incontinenza della valvola pilorica.

Altro intervento che può favorire il reflusso di bile è la resezione gastrica, dove cambia la conformazione del stomaco stesso per volume e forma, così come cambiano gli ancoraggi dello stomaco rispetto alla cavità addominale.

ConatiI sintomi: quali sono?

  • bruciore in zona gastrica, alle volte anche in sede sotto e retro sternale
  • dolore alla palpazione delle zone suddette
  • difficoltà nella digestione
  • nausee
  • vomito di colore giallo-verde
  • tosse / bruciore faringeo
  • disturbi nella qualità fonatoria

L’importanza di una corretta diagnosi

La diagnosi vede nell’anamnesi una tappa necessaria, per capire dove i sintomi del paziente indirizzano nel ragionamento clinico e nell’ipotesi patologica.

Esame fondamentale è la gastroscopia, che permette di vedere direttamente la presenza di liquido biliare nello stomaco, lo stato anatomico delle valvole, piloro e cardias.

Non di meno, di valutare lo stato di salute cellulare sia dello stomaco che dell’esofago e nel caso ce ne fosse bisogno, di fare una biopsia delle cellule valutate da controllare, per conoscerne il tipo di mutamento che si presenta.

Come si cura il reflusso biliare?

E’ da dire che le cure farmacologiche indirizzate non sono molte, però sono sufficientemente efficaci:

  • farmaci che aumentano la cinetica intestinale, aiutando a far defluire la secrezione di bile nell’intestino tenue
  • farmaci che incarcerano gli acidi biliari, riducendo il fattore primario irritativo nei confronti della mucosa gastrica, acidi che poi verranno eliminati tramite le feci.

Gli antiacidi utilizzati generalmente nel reflusso gastrico, non hanno efficacia sufficiente nella patologia del reflusso biliare.

L’alimentazione

E’ molto importante invece curare l’alimentazione, mangiare moderatamente, riducendo al minimo cibi grassi, zuccheri, alcol, sostanze piccanti e acide, caffeina, cioccolata, mentre è di grande aiuto bere parecchia acqua e cercare di ridurre la massa grassa.

Il ruolo della fisioterapia e dell’osteopatia nel trattamento del reflusso biliare

Terapia manuale visceraleLa fisioterapia e l’osteopatia sono molto utili nel contrastare le patologie da reflusso, interagendo su vari parametri:

  • la postura
  • i rapporti di pressioni toraco-addomino-pelvici
  • la mobilità intestinale
  • i rapporti anatomici tra i vari segmenti del tubo digerente e i loro organi contigui
  • la gestione della ptosi viscerale addominale
  • l’influenza neurovegetativa sul processo digestivo e sulla mobilità intestinale

Lavorando su tutti questi fattori, si è in grado di migliorare il funzionamento digestivo sia nell’elaborazione del cibo, sia nella secrezione biliare e dei succhi gastrici, sia nello scorrimento del bolo alimentare nel percorso obbligato del tubo digerente.

Sapere cosa sia un reflusso biliare e cosa comporta, ci permetterà di prevenire le sue complicanze, mettendoci nella condizione di poterla affrontare per ridurne al minimo il disagio correlato.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

Virus e batteri

In questo periodo post lockdown, parlando con i miei pazienti, ho constatato che c’è confusione tra cosa siano i virus e cosa siano i batteri.

Virus e batteri: le differenze.

Cercherò in maniera semplice, senza entrare troppo nei dettagli, di illustrare le differenze e di aumentare le conoscenze in merito.

I virus

Virus e batteri 02Sono dei microrganismi, più piccoli dei batteri, si misurano in nanometri e possono avere forme diverse tra di loro.

Non hanno una struttura cellulare propria e per questo necessitano di legarsi a delle cellule ospiti per potersi replicare, il che vuol dire che non possono riprodursi in un ambiente esterno, ma ci possono sopravvivere avendo un’ autonomia variabile di alcune ore.

I virus appartengono a categorie diverse tra di loro e possono infettare qualunque tipo di cellula, l’uomo, gli animali, le piante, i funghi e addirittura i batteri stessi,  ed è per questo che le possibili fonti di infezioni sono innumerevoli e di varia natura.

E’ chiaro che ogni famiglia di virus avrà la possibilità di legarsi ad alcuni tipi di cellule ma non a tutte quelle esistenti.

Ci possono essere contagi trasmissibili tra uomo e animale, oppure tra animale e piante ma c’è da dire che, in percentuale, sono minori i casi in cui ci sia una trasmissione tra specie diverse, perché i virus generalmente sono altamente specifici.

Abbiamo detto che i virus non hanno una cellula propria, ma hanno un nucleo formato da materiale genetico che può esser DNA oppure RNA, è da dire anche che queste due forme genetiche non possono coesistere nel virus.

Quali sono le differenze tra DNA ed RNA?

DNA RNASono entrambi due acidi nucleici ma…..

Il DNA è formato da due catene avvolte a doppia elica, è il custode dell’informazione genetica dell’individuo, ed è contenuto nel nucleo di tutte le cellule.

L’ RNA è composto da una singola catena, partecipa alla sintesi delle proteine, alla trasmissione delle informazioni contenute nel DNA, ed è contenuto sia nel nucleo che nel citoplasma cellulare.

Il nucleo del virus è racchiuso in una capside, ovvero un rivestimento proteico, ed è importante dire che quando il virus si trova fuori dalla cellula si chiama virione e quindi lo troviamo nell’ambiente che ci circonda.

Quando il virus invece si trova all’interno della cellula e ha la capacità di replicassi, allora si chiama virus.

Quindi il virione si può trovare ovunque attorno a noi, il virus lo possiamo trovare solo ed esclusivamente dentro la cellula ospite.

Ma il virus come infetta l’organismo umano?

Il virus entra nell’organismo ospite, può rimanere localizzato nel punto di accesso e da qui può iniziare il suo processo di replicazione .

Dalla sede iniziale può rimanere confinato, oppure può diffondersi per vicinanza alle cellule limitrofe, può diffondersi a distanza per via ematica o per via linfatica.

Il virus quindi potrà contagiare sia le cellule dei sistemi di diffusione e sia gli organi dove vanno ad imbattersi.

Trasmissione virusLa trasmissione del virus viene chiamata orizzontale se trasmesso da individuo ad individuo, oppure verticale se trasmesso da madre a feto e quindi durante la gravidanza.

La trasmissione orizzontale può avvenire attraverso la saliva, i colpi di tosse o gli starnuti se ravvicinati, attraverso il sangue, le feci, le abrasioni e le lacerazioni cutanee, le mucose genitali, tramite i rapporti sessuali, attraverso morsi o punture di animali e tramite gli alimenti.

La trasmissione per via verticale avviene attraverso la placenta, oppure durante il parto nel passaggio dello scavo pelvico, per una lesione dei tessuti che lo ricoprono (utero, collo dell’utero, vagina, vulva).

Nell’approccio al virus è subito da chiarire che gli antibiotici non hanno nessun effetto, mentre sono utili e utilizzabili i farmaci antivirali.

AntiviraliGli antivirali

Gli antivirali hanno varie modalità di interazione con il virus e la cellula ospite, adottando varie strategie per neutralizzarli:

  • blocco della replicazione del genoma virale (i più utilizzati)
  • limitazione della penetrazione del virus nella cellula
  • blocco della sintesi proteica
  • blocco dell’uscita del nuovo virus dalla cellula infettata.

Un’altra strada farmacologica contro il virus è l’utilizzo di interferone.

L’interferone è normalmente autoprodotto dal corpo umano e stimola la generazione di particolari proteine, favorendo la degradazione dell’RNA MESSAGGERO virale e allo stesso tempo inibendo la sintesi di proteine virali.

Non ultimi sono i vaccini che permettono un immunizzazione attiva, ovvero inducono una risposta immunitaria, che metterà il soggetto in pre-allerta, tanto da riuscire a difendersi nel momento in cui si dovesse manifestare un attacco virale vero e proprio.

E’ da specificare che l’uso dei vaccini, è tanto utilizzato nel campo virale, quanto batterico.

Per conoscenza c’è da dire che esistono anche i vaccini per le allergie, ma quella è un’altra storia e non è questo l’articolo per parlarne.

I batteri

BatteriI batteri sono dei microrganismi autonomi più grandi dei virus, misurabili in micrometri e sono presenti ovunque, tanto nell’ambiente esterno quanto all’interno del corpo animale e quindi nell’uomo.

Sono diffusi in tutto il pianeta, nella terra, nell’aria, nell’acqua, riuscendo ad adattarsi e sopravvivere anche negli ambienti più ostili.

I batteri hanno un senso nella catena della vita e alcuni di essi sono necessari all’uomo stesso per il benessere della salute, basti pensare alla flora batterica intestinale, importante per il corretto funzionamento chimico biologico del cibo ingerito e per il mantenimento dell’omeostasi interna.

I batteri sono utili anche nel campo alimentare per la trasformazione di alcuni cibi.

Sono degli organismi solitamente unicellulari, dalla forma diversa, a seconda del tipo di batterio e si riproducono autonomamente, scindendo la propria cellula in due parti identiche e moltiplicandosi in maniera esponenziale.

Questa moltiplicazione ha un andamento che si distingue per l’ambiente dove avviene e per la disponibilità di nutrimento, infatti i batteri aumentano il loro volume, e si dividono (quindi si moltiplicano), fino a quando non scarseggiano le sostanze nutritive che gli danno l’energia vitale.

Una caratteristica dei batteri è quella di produrre tossine, ovvero delle molecole nocive generate dal catabolismo della cellula batterica stessa, le quali sono fondamentalmente divise in tre macro gruppi:

  • le endotossine (GRAM – )
  • le esotossine (GRAM + // GRAM – )
  • le anotossine.

La distinzione tra batteri GRAM + e – è dovuta fondamentalmente alla differente costituzione della parete batterica e vengono individuati tramite la differente colorazione GRAM a cui reagiscono.

Le endotossine sono le peggiori perché sono di natura lipidica, quindi non idrosolubili, resistono alle alte temperature, non stimolano la produzione di anticorpi e quindi rimangono in circolo nell’organismo con grande facilità, arrecandone danni.

Le esotossine sono di natura proteica, vengono distrutte dal calore e stimolano il nostro organismo a produrre degli anticorpi specifici, capaci a loro volta di neutralizzarle.

Le anotossine sono delle esotossine che hanno perso la loro tossicità, ma mantengono la capacità di stimolare la produzione di anticorpi, senza però arrecare danno all’organismo.

AntibioticiGli antibiotici

Per contrastare i batteri vengono utilizzati gli antibiotici, sostanze prodotte in laboratorio da un’origine naturale e sono generalmente suddivisi in 4 categorie:

  • battericidi
  • batteriostatici
  • ad ampio spettro
  • a spettro ridotto.

Questa suddivisione ci permette di individuare gli antibiotici nella capacità di uccidere i batteri (BATTERICIDI) o di bloccarne la crescita e quindi la riproduzione (BATTERIOSTATICI), agendo su una vasta platea di batteri (AD AMPIO SPETTRO), oppure solamente su alcuni tipi di microrganismi (A SPETTRO RIDOTTO).

Potrei continuare a parlare di virus e batteri in maniera specifica e specializzata ma molti dei dettagli chimici, biologici e patogeni, diventerebbero di difficile comprensione.

Mi interessava far conoscere ai miei lettori le differenze principiali tra VIRUS e BATTERI in maniera da aiutare a migliorare la conoscenza in merito, troppe volte confusa.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

 

Sacralizzazione ed emisacralizzazione lombare

La sacralizzazione e l’emisacralizzazione lombare sono  malformazioni vertebrali congenite.

Sacralizzazione 01Si sviluppano per la fusione con la base sacrale di entrambe le apofisi traverse di L5 (SACRALIZZAZIONE), o di una delle due apofisi traverse di L5 (EMISACRALIZZAZIONE), rendendo l’ultima vertebra lombare strutturalmente saldata al segmento sottostante.

L’origine

Entrambe vedono l’origine nella vita intrauterina del bambino, come predisposizione allo sviluppo nella fase della crescita.

La condizione di mutazione può essere attivata da alterazioni genetiche, da intossicazione per abuso di farmaci, droghe, alcool o da infezioni sistemiche soprattutto di tipo virali.


Sacralizzazione 02La vertebra di L5 risulta normo formata nel corpo vertebrale e nel disco intervertebrale, ma con la presenza di megapofisi trasverse che si salderanno al sacro nel periodo dello sviluppo e dell’ossificazione dei nuclei di accrescimento.

La mobilità di L5 si riduce alla sola plasticità dell’osso, il che vuol dire perdere la totalità del movimento fisiologico della singola vertebra in questione.

Come malformazione vertebrale non sembra essere particolarmente invalidante per il paziente nel breve termine, ma nei periodi di vita a seguire porterà a delle patologie secondarie indirette, dovute alla mancanza di mobilità di uno dei più importanti fulcri biomeccanici tra la zona lombare inferiore e il bacino.

La 5° vertebra lombare ha la funzione di scaricare il movimento vertebrale nel cuneo sacrale, il quale deve trasformare la dinamica e la statica della colonna in maniera congrua, per favorire l’appoggio delle anche e il loro moto, passando attraverso il bacino.

I movimenti globali del paziente affetto da sacralizzazione od emi, hanno una capacità complessivamente buona ed il soggetto ha una completa autosufficienza nelle attività di vita quotidiana.

Le conseguenze si manifestano nel tempo sui segmenti contigui, soprattutto vertebrali e sacro iliaci, che si troveranno a supportare il movimento perso della 5° vertebra lombare.


Ma quale movimento si perde con la fusione sacrale di L5?

MovimentiL5 può fare movimenti di inclinazione laterale, di flesso – estensione, è la vertebra con maggior rotazione di tutto il segmento lombare, ed inoltre funge da fulcro di accomodamento e trasmissione delle torsioni sacrali alle vertebre inferiori della colonna.

Adesso è più semplice immaginare che iperlavoro aspetterà alla vertebra di L4, alle articolazioni sacro iliache, alla sinfisi pubica ed alle anche.

Tutti questi singoli segmenti sono deputati a sovraccaricarsi del mancato lavoro di L5

Le patologie associate

Ma quali sono le patologie che si possono manifestare con il tempo?

  • Lombalgia, causata da discopatia degenerativa, da un artrosi precoce delle faccette articolari, da impingment delle articolazioni, da Sacralizzazione 04riduzione del lume del forame di coniugazione con irritazione del ramo meningeo del nervo di competenza.
  • Lombosciatalgia di tipo discale per la formazione di una protusione o di un’ernia da sfaldamento dell’anulus fibroso.
  • Sacroileite irritativa, con infiammazione dei legamenti dell’articolazione, causata da un’esacerbazione biomeccanica
  • Pubalgia, causata da un eccesso di carico rotatorio sulla sinfisi pubica, associata ad un’alterazione muscolare prima e tendinea dopo, per un cambiamento della tensione muscolare.
  • Artrosi precoce dell’anca, dovuto al recupero maggiore dei parametri di flessione ed estensione del busto, che si manifesterà monolateralmente o bilateralmente a seconda del tipo di postura che il soggetto adotta, o per il tipo di attività che svolge.

Cosa si può fare per prevenire queste patologie?

Sacralizzazione 05Non potendo recuperare in nessun modo il movimento della 5° vertebra lombare, si dovrà assolutamente puntare sulla prevenzione, favorendo il compenso delle strutture precedentemente indicate.

Senza mai portarle in sovraccarico, scaricandone il lavoro muscolare, quello legamentoso, bilanciando l’equilibrio tra il loro normale lavoro e quello del compenso a cui sono chiamate ad assolvere.

Sarà importante affidarsi alla cura di fisioterapisti ed osteopati, che siano in grado di fare un attento esame valutativo per capire lo stato di funzionamento delle articolazioni contigue al punto di sacralizzazione, riconoscendone l’affaticamento e le modificazioni.


La diagnosi e la cura farmacologica per la sacralizzazione e l’emisacralizzazione

Sarà necessario far utilizzo di immagini diagnostiche, in particolare modo rx, rm ed ecografie, per esaminare lo stato di avanzamento biologico delle strutture di compenso, apprezzandone immediatamente le alterazioni morfologiche ed avendo la possibilità di un riferimento preciso per le indagini di controllo ripetute nel tempo a venire.

Potrà rendersi necessario utilizzare il supporto farmacologico nei momenti di dolore acuto, soprattutto se associato alla riduzione delle funzioni.

I farmaci maggiormente usati per la sacralizzazione e l’emisacralizzazione saranno antinfiammatori ed analgesici.

Nel momento in cui sarà presente una contrattura antalgica riflessa, potrà rendersi utile il supporto dei miorilassanti.

Come abbiamo visto la sacralizzazione non è un’ affezione grave, ma ha bisogno di attenzioni per evitare che nascano, con il passare degli anni, delle patologie secondarie associate.

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Algodistrofia

algodistrofiaCos’è l’algodistrofia?

L’algodistrofia è una patologia a carico dell’arto superiore o inferiore.

Si manifesta con forte dolore di tipo profondo, urente, costante, con delle curve di intensità importanti.

L’arto può gonfiarsi, cambiare il trofismo cutaneo, alterare la vascolarizzazione, con la parte che diventa rossa e calda oppure cianotica e fredda.

La maggior parte delle volte si ha una perdita di funzionalità, con una riduzione del movimento articolare che diventerà difficoltoso e molto dolente.


algodistrofiaSarà presente uno stato di contrattura antalgica e una riduzione del trofismo di muscoli, tendini, legamenti e capsule articolari.

Nella zona colpita da algodistrofia, si possono manifestare segni di osteoporosi in maniera non uniforme.

Il paziente può segnalare attivazioni muscolari spontanee (fascicolazioni) e riferire un’ alterazione della sensibilità e della propriocezione.

La condizione patologica è talmente importante che può modificare, in maniera evidente, sia lo stato umorale del paziente, sia il ciclo sogno veglia.

algodistrofia 03Le cause dell’algodistrofia

Le cause sono di diverso tipo e ad oggi non sono ancora accertate; tra queste troviamo il tilt di vari sistemi e il danno dei tessuti:

  • sistema nervoso centrale, periferico e autonomo
  • sistema vascolare arterio-venoso
  • sistema immunitario
  • traumi dell’arto
  • ustioni profonde
  • lesioni lacerative o da taglio

algodistrofia_04Sembra che la patologia si possa sviluppare e manifestare per l’alterata elaborazione dei segnali sensitivi che il cervello riceve, o per l’alterazione dei segnali sensitivi che vengono trasmessi tramite il sistema nervoso periferico, o ancora per un cattivo funzionamento del sistema nervoso autonomo ortosimpatico, che utilizza una via ascendente per coadiuvare il messaggio sensitivo nella trasmissione e che gestisce anche per buona parte il tono arterioso, influenzandone il flusso sanguigno.

Anche la comparsa di un’infezione, un danno della parete venosa o la circostanza di una tromboflebite profonda, potrebbe dare inizio ad una perturbazione del tessuto locale, ad un’alterazione delle fibre nervose sensitive, gettando le basi per un’ipotetica manifestazione algodistrofica.

I traumi, le ustioni profonde, le lesioni cutanee, sono tutte condizioni che possono starare il funzionamento neurologico (centrale, periferico, autonomo) e vascolare, alterando l’equilibrio necessario per l’autoregolazione del corpo umano ed eventualmente favorirne l’algodistrofia.

La diagnosi

La diagnosi è difficile perché non essendoci fattori eziologici chiari, non è possibile affidarsi ad un’esame specifico per individuare la presenza della malattia.

Sarà necessario fare un’attenta analisi dei sintomi raccontati dal paziente, fare uno scrupoloso esame obiettivo valutando le condizioni di salute neurologiche, vascolari, articolari, muscolari.

L’ispezione della cute e del suo trofismo è un’altro degli indici di valutazione da annotare.


algodistrofia_05Nell’utilizzo di esami strumentali, verrano richiesti quelli utili a capire lo stato di salute dei sistemi anatomo-fisiologici sopra citati, pertanto potrà essere utile fare:

  • analisi del sangue per vedere l’eventuale presenza di infezioni
  • rm ed rx per valutare lo stato anatomico articolare e dei tessuti molli annessi
  • ecocolordoppler ed angiografia per lo studio dei vasi e del loro flusso sanguigno
  • elettromiografia ed elettroneurografia per lo studio dello stato di salute della conduzione nervosa periferica.

Di questa serie di esami verranno selezionati quelli in grado di sciogliere i dubbi generati nella diagnosi differenziale e permettere di capire quale sistema sia asincrono rispetto agli altri.


La cura

La cura non ha una strada ben definita da seguire, ma prevede approcci multidisciplinari.

A livello farmacologico vengono utilizzati farmacia antinfiammatori prevalentemente non steroidei, che possano limitare gli effetti infiammatori locali causati dai cataboliti.

antidolorificiMolto utili gli antidolorifici per cercare di abbassare la soglia del dolore ed evitare il circolo vizioso ad esso collegato, che vede l’aumento dello stato di contrattura muscolare, la riduzione del movimento e la perturbazione del circolo sanguigno.

Utilizzati anche gli anestetici locali per limitare la trasmissione del dolore alla fonte.

In vari casi vengono proposti farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale (antidepressivi, oppioidi, anticonvulsivanti), per calmare le risposte di rimbalzo al dolore profondo e continuo.

Anche a livello neurologico autonomo ortosimpatico si può agire con farmaci, alle volte anche chirurgicamente, per limitare le trasmissioni gangliari (le stazioni che captano e rilanciano i messaggi in entrata ed uscita, infarcendoli con comandi autonomi per la gestione della macchina umana).


FisioterapiaLa terapia

La fisioterapia e l’osteopatia sono le strade sempre utilizzate per recuperare il movimento articolare, il trofismo muscolare, per ridurre le contratture muscolari, per migliorare la circolazione venosa e ridare slancio alla circolazione linfatica.

Inoltre, per abbassare la soglia del dolore, per riequilibrare il sistema nervoso periferico ed autonomo, per evitare la riduzione netta delle attività fisiche.

E’ importante riuscire ad approcciare la patologia algodistrofica il prima possibile, perché il recupero e il reintegro delle proprie capacità è proporzionale al rapporto acuzia / cronicità.


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Morbo di Dupuytren

E’ una patologia a carico della mano, più precisamente riguardante la guaina del palmo della mano, che coinvolge a seguire i tendini dei flessori delle dita.

Possiamo tecnicamente definire il Morbo di Dupuytren come una fibromatosi palmare superficiale.

Tendini della manoL’ aponeurosi palmare superficiale è una guaina formata da tessuto connettivo e collagene, che si estende sopra i tendini dei muscoli flessori palmari delle dita, per proteggerli dalle compressioni durante la chiusura del pugno e per limitare gli attriti che si manifestano durante la presa della mano.

Oltre ad avere il compito di proteggere i tendini di cui sopra detto, l’aponeurosi palmare serve anche a migliorare lo scorrimento dei tendini stessi durante il movimento di chiusura ed apertura della mano e delle dita.


La classificazione

La classificazione del grado di patologia, nella maggior parte delle scale di valutazione, si compone di 4 punti, ed inquadrano il danno biologico e funzionale rispetto alla:

  • formazione di un nodulo senza limitazione funzionale
  • comparsa della retrazione del tendine che va ad inefficiare l’articolazione tra il metacarpo e la falange prossimale
  • estensione del danno anatomico alle articolazioni limitrofe
  • coinvolgimento dell’apparato muscolare, tendineo e capsulare, come danno da fibrotizzazione.

Per rendere maggiormente completa la classificazione nei 4 stadi, vengono sommati i gradi di perdita articolare delle varie articolazioni che compongono l’asse di movimento del dito, o delle dita, interessate dalla patologia.


I sintomi del Morbo di Dupuytren

Morbo di Dupuytren 03I sintomi del morbo di Dupuytren si manifestano con la comparsa di noduli palmari, che inizialmente sono dolenti alla palpazione, per poi perdere sensibilità con il passare del tempo.

Si associa la formazione di cordoni in relazione ai tendini, che aumentano il loro volume per la presenza di un edema sieroso profondo, diventando duri, retratti e ben palpabili.

Nell’evoluzione della patologia si ha una flessione delle dita, iniziando dall’articolazione metacarpo-falangea, per poi coinvolgere, in maniera minore, anche il resto delle articolazioni nelle loro estremità, fino a causare un irrigidimento delle dita stesse in flessione palmare, un’incapacità ad estendere le dita, fino ad arrivare ad un’anchilosi e alla possibile manifestazione di una neuroalgodistrofia.

Le dita che sono maggiormente colpite sono il mignolo, l’anulare e il medio.


Le cause

Attività manualiMa cosa causa questa patologia?

Verrebbe subito da pensare alla predisposizione data da alcuni tipi di lavori o da eventi traumatici, soprattutto micro traumi , ed effettivamente è cosi ma non solo.

Ci sono numerosi fattori di predisposizione quali:

  • patologie dismetaboliche epatiche e pancreatiche
  • uso prolungato di alcune tipologie di farmaci per la cura di patologie croniche
  • predisposizione genetica soprattutto su base familiare
  • abuso di alcool
  • tabagismo
  • traumi e micro traumi
  • alcune attività lavorative che prevedono l’utilizzo del pugno chiuso nella presa, che adoperano la forza nel serrare la mano e che vanno incontro a gesti ripetitivi e prolungati.

La diagnosi del Morbo di Dupuytren

La diagnosi viene fatta tramite un esame obiettivo, visivo, palpatorio e funzionale, dove si deve tener conto del tessuto palmare, della capacità dei tendini di allungarsi in maniera passiva e in maniera attiva tramite la contrazione dei muscoli estensori, della libertà o della rigidità articolare.

Morbo di Dupuytren 05Utile è l’esame ecografico che non serve tanto a confermare la presenza della malattia, ma ad indicare lo stato di degenerazione fibrotico dei tessuti e le possibili aderenze che si possano essere formate rispetto ai piani sottostanti.


Il trattamento

La terapia vede l’utilizzo di varie strade, che hanno la miglior interazione in base allo stadio in cui si affronta la patologia.

Nel campo della farmacologia l’utilizzo di antinfiammatori non ha la massima efficacia, anche se quelli della categoria steroidea, nel breve termine, ha dei risultati migliori.

Molto più efficaci sono le infiltrazioni di collagene, o le applicazioni di ozonoterapia, capaci di migliorare il trofismo dei tessuti e ridare uno slancio biologico tanto all’aponeurosi palmare, quanto alle strutture tendinee e capsulari.

Chirurgia della manoLa chirurgia prevede l’incisione dell’aponeurosi palmare, aponeurectomia se fatta con accesso classico, o aponeurotomia se fatta in percutanea, per liberare le restrizioni aponeurotiche e le aderenze rispetto ai tessuti tendinei sottostanti.

L’atto chirurgico viene effettuato quando il grado di patologia, rischia di creare un’anchilosi delle articolazioni in maniera irreparabile e nel momento in cui nessuna terapia precedentemente effettuata, abbia dato beneficio e miglioramento costante.


La fisioterapia e l’osteopatia

Morbo di Dupuytren 07La fisioterapia e l’osteopatia sono di fondamentale importanza in ogni fase dalla patologia.

La riabilitazione fisioterapica è importantissima per il recupero di un’eventuale fase post chirurgica.

La fisioterapia e l’osteopatia hanno la possibilità di ridurre e drenare l’edema che si manifesta nel tessuto aponeurotico, ed evitare la retrazione della fascia palmare stessa, recuperandone l’elasticità e disimbrigliando i tendini e le capsule articolari dalle possibili aderenze che vengono a presentarsi nell’evoluzione della patologia.

Hanno il compito e l’obiettivo di mantenere e recuperare l’articolarità delle dita della mano e di ristabilire un buon equilibrio di movimento tra la mano, il polso, l’avambraccio e la spalla.

Morbo di Dupuytren 08Nella riabilitazione post operatoria invece, il compito della fisioterapia sarà quello di recuperare il trofismo cutaneo della cicatrice chirurgica, di evitare le aderenze di quest’ultima e di recuperare l’articolarità dell’anchilosi che si  è venuta a formare nel distretto metacarpo falangeo e nel polso, durante l’evoluzione della patologia.

Sarà fondamentale ridare trofismo ai tendini, alle capsule articolari e disimbrigliare i nervi periferici che irradiano i messaggi sensitivi e muscolari nel distretto della mano.

Importantissimo sarà ridurre l’edema linfatico e vascolare venoso della mano, che inevitabilmente si formerà nel post operatorio, per evitare gli effetti nefasti della stasi e del deposito dei cataboliti.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.