Sacralizzazione ed emisacralizzazione lombare

La sacralizzazione e l’emisacralizzazione lombare sono  malformazioni vertebrali congenite.

Sacralizzazione 01Si sviluppano per la fusione con la base sacrale di entrambe le apofisi traverse di L5 (SACRALIZZAZIONE), o di una delle due apofisi traverse di L5 (EMISACRALIZZAZIONE), rendendo l’ultima vertebra lombare strutturalmente saldata al segmento sottostante.

L’origine

Entrambe vedono l’origine nella vita intrauterina del bambino, come predisposizione allo sviluppo nella fase della crescita.

La condizione di mutazione può essere attivata da alterazioni genetiche, da intossicazione per abuso di farmaci, droghe, alcool o da infezioni sistemiche soprattutto di tipo virali.


Sacralizzazione 02La vertebra di L5 risulta normo formata nel corpo vertebrale e nel disco intervertebrale, ma con la presenza di megapofisi trasverse che si salderanno al sacro nel periodo dello sviluppo e dell’ossificazione dei nuclei di accrescimento.

La mobilità di L5 si riduce alla sola plasticità dell’osso, il che vuol dire perdere la totalità del movimento fisiologico della singola vertebra in questione.

Come malformazione vertebrale non sembra essere particolarmente invalidante per il paziente nel breve termine, ma nei periodi di vita a seguire porterà a delle patologie secondarie indirette, dovute alla mancanza di mobilità di uno dei più importanti fulcri biomeccanici tra la zona lombare inferiore e il bacino.

La 5° vertebra lombare ha la funzione di scaricare il movimento vertebrale nel cuneo sacrale, il quale deve trasformare la dinamica e la statica della colonna in maniera congrua, per favorire l’appoggio delle anche e il loro moto, passando attraverso il bacino.

I movimenti globali del paziente affetto da sacralizzazione od emi, hanno una capacità complessivamente buona ed il soggetto ha una completa autosufficienza nelle attività di vita quotidiana.

Le conseguenze si manifestano nel tempo sui segmenti contigui, soprattutto vertebrali e sacro iliaci, che si troveranno a supportare il movimento perso della 5° vertebra lombare.


Ma quale movimento si perde con la fusione sacrale di L5?

MovimentiL5 può fare movimenti di inclinazione laterale, di flesso – estensione, è la vertebra con maggior rotazione di tutto il segmento lombare, ed inoltre funge da fulcro di accomodamento e trasmissione delle torsioni sacrali alle vertebre inferiori della colonna.

Adesso è più semplice immaginare che iperlavoro aspetterà alla vertebra di L4, alle articolazioni sacro iliache, alla sinfisi pubica ed alle anche.

Tutti questi singoli segmenti sono deputati a sovraccaricarsi del mancato lavoro di L5

Le patologie associate

Ma quali sono le patologie che si possono manifestare con il tempo?

  • Lombalgia, causata da discopatia degenerativa, da un artrosi precoce delle faccette articolari, da impingment delle articolazioni, da Sacralizzazione 04riduzione del lume del forame di coniugazione con irritazione del ramo meningeo del nervo di competenza.
  • Lombosciatalgia di tipo discale per la formazione di una protusione o di un’ernia da sfaldamento dell’anulus fibroso.
  • Sacroileite irritativa, con infiammazione dei legamenti dell’articolazione, causata da un’esacerbazione biomeccanica
  • Pubalgia, causata da un eccesso di carico rotatorio sulla sinfisi pubica, associata ad un’alterazione muscolare prima e tendinea dopo, per un cambiamento della tensione muscolare.
  • Artrosi precoce dell’anca, dovuto al recupero maggiore dei parametri di flessione ed estensione del busto, che si manifesterà monolateralmente o bilateralmente a seconda del tipo di postura che il soggetto adotta, o per il tipo di attività che svolge.

Cosa si può fare per prevenire queste patologie?

Sacralizzazione 05Non potendo recuperare in nessun modo il movimento della 5° vertebra lombare, si dovrà assolutamente puntare sulla prevenzione, favorendo il compenso delle strutture precedentemente indicate.

Senza mai portarle in sovraccarico, scaricandone il lavoro muscolare, quello legamentoso, bilanciando l’equilibrio tra il loro normale lavoro e quello del compenso a cui sono chiamate ad assolvere.

Sarà importante affidarsi alla cura di fisioterapisti ed osteopati, che siano in grado di fare un attento esame valutativo per capire lo stato di funzionamento delle articolazioni contigue al punto di sacralizzazione, riconoscendone l’affaticamento e le modificazioni.


La diagnosi e la cura farmacologica per la sacralizzazione e l’emisacralizzazione

Sarà necessario far utilizzo di immagini diagnostiche, in particolare modo rx, rm ed ecografie, per esaminare lo stato di avanzamento biologico delle strutture di compenso, apprezzandone immediatamente le alterazioni morfologiche ed avendo la possibilità di un riferimento preciso per le indagini di controllo ripetute nel tempo a venire.

Potrà rendersi necessario utilizzare il supporto farmacologico nei momenti di dolore acuto, soprattutto se associato alla riduzione delle funzioni.

I farmaci maggiormente usati per la sacralizzazione e l’emisacralizzazione saranno antinfiammatori ed analgesici.

Nel momento in cui sarà presente una contrattura antalgica riflessa, potrà rendersi utile il supporto dei miorilassanti.

Come abbiamo visto la sacralizzazione non è un’ affezione grave, ma ha bisogno di attenzioni per evitare che nascano, con il passare degli anni, delle patologie secondarie associate.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

 

 

Algodistrofia

algodistrofiaCos’è l’algodistrofia?

L’algodistrofia è una patologia a carico dell’arto superiore o inferiore.

Si manifesta con forte dolore di tipo profondo, urente, costante, con delle curve di intensità importanti.

L’arto può gonfiarsi, cambiare il trofismo cutaneo, alterare la vascolarizzazione, con la parte che diventa rossa e calda oppure cianotica e fredda.

La maggior parte delle volte si ha una perdita di funzionalità, con una riduzione del movimento articolare che diventerà difficoltoso e molto dolente.


algodistrofiaSarà presente uno stato di contrattura antalgica e una riduzione del trofismo di muscoli, tendini, legamenti e capsule articolari.

Nella zona colpita da algodistrofia, si possono manifestare segni di osteoporosi in maniera non uniforme.

Il paziente può segnalare attivazioni muscolari spontanee (fascicolazioni) e riferire un’ alterazione della sensibilità e della propriocezione.

La condizione patologica è talmente importante che può modificare, in maniera evidente, sia lo stato umorale del paziente, sia il ciclo sogno veglia.

algodistrofia 03Le cause dell’algodistrofia

Le cause sono di diverso tipo e ad oggi non sono ancora accertate; tra queste troviamo il tilt di vari sistemi e il danno dei tessuti:

  • sistema nervoso centrale, periferico e autonomo
  • sistema vascolare arterio-venoso
  • sistema immunitario
  • traumi dell’arto
  • ustioni profonde
  • lesioni lacerative o da taglio

algodistrofia_04Sembra che la patologia si possa sviluppare e manifestare per l’alterata elaborazione dei segnali sensitivi che il cervello riceve, o per l’alterazione dei segnali sensitivi che vengono trasmessi tramite il sistema nervoso periferico, o ancora per un cattivo funzionamento del sistema nervoso autonomo ortosimpatico, che utilizza una via ascendente per coadiuvare il messaggio sensitivo nella trasmissione e che gestisce anche per buona parte il tono arterioso, influenzandone il flusso sanguigno.

Anche la comparsa di un’infezione, un danno della parete venosa o la circostanza di una tromboflebite profonda, potrebbe dare inizio ad una perturbazione del tessuto locale, ad un’alterazione delle fibre nervose sensitive, gettando le basi per un’ipotetica manifestazione algodistrofica.

I traumi, le ustioni profonde, le lesioni cutanee, sono tutte condizioni che possono starare il funzionamento neurologico (centrale, periferico, autonomo) e vascolare, alterando l’equilibrio necessario per l’autoregolazione del corpo umano ed eventualmente favorirne l’algodistrofia.

La diagnosi

La diagnosi è difficile perché non essendoci fattori eziologici chiari, non è possibile affidarsi ad un’esame specifico per individuare la presenza della malattia.

Sarà necessario fare un’attenta analisi dei sintomi raccontati dal paziente, fare uno scrupoloso esame obiettivo valutando le condizioni di salute neurologiche, vascolari, articolari, muscolari.

L’ispezione della cute e del suo trofismo è un’altro degli indici di valutazione da annotare.


algodistrofia_05Nell’utilizzo di esami strumentali, verrano richiesti quelli utili a capire lo stato di salute dei sistemi anatomo-fisiologici sopra citati, pertanto potrà essere utile fare:

  • analisi del sangue per vedere l’eventuale presenza di infezioni
  • rm ed rx per valutare lo stato anatomico articolare e dei tessuti molli annessi
  • ecocolordoppler ed angiografia per lo studio dei vasi e del loro flusso sanguigno
  • elettromiografia ed elettroneurografia per lo studio dello stato di salute della conduzione nervosa periferica.

Di questa serie di esami verranno selezionati quelli in grado di sciogliere i dubbi generati nella diagnosi differenziale e permettere di capire quale sistema sia asincrono rispetto agli altri.


La cura

La cura non ha una strada ben definita da seguire, ma prevede approcci multidisciplinari.

A livello farmacologico vengono utilizzati farmacia antinfiammatori prevalentemente non steroidei, che possano limitare gli effetti infiammatori locali causati dai cataboliti.

antidolorificiMolto utili gli antidolorifici per cercare di abbassare la soglia del dolore ed evitare il circolo vizioso ad esso collegato, che vede l’aumento dello stato di contrattura muscolare, la riduzione del movimento e la perturbazione del circolo sanguigno.

Utilizzati anche gli anestetici locali per limitare la trasmissione del dolore alla fonte.

In vari casi vengono proposti farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale (antidepressivi, oppioidi, anticonvulsivanti), per calmare le risposte di rimbalzo al dolore profondo e continuo.

Anche a livello neurologico autonomo ortosimpatico si può agire con farmaci, alle volte anche chirurgicamente, per limitare le trasmissioni gangliari (le stazioni che captano e rilanciano i messaggi in entrata ed uscita, infarcendoli con comandi autonomi per la gestione della macchina umana).


FisioterapiaLa terapia

La fisioterapia e l’osteopatia sono le strade sempre utilizzate per recuperare il movimento articolare, il trofismo muscolare, per ridurre le contratture muscolari, per migliorare la circolazione venosa e ridare slancio alla circolazione linfatica.

Inoltre, per abbassare la soglia del dolore, per riequilibrare il sistema nervoso periferico ed autonomo, per evitare la riduzione netta delle attività fisiche.

E’ importante riuscire ad approcciare la patologia algodistrofica il prima possibile, perché il recupero e il reintegro delle proprie capacità è proporzionale al rapporto acuzia / cronicità.


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Morbo di Dupuytren

E’ una patologia a carico della mano, più precisamente riguardante la guaina del palmo della mano, che coinvolge a seguire i tendini dei flessori delle dita.

Possiamo tecnicamente definire il Morbo di Dupuytren come una fibromatosi palmare superficiale.

Tendini della manoL’ aponeurosi palmare superficiale è una guaina formata da tessuto connettivo e collagene, che si estende sopra i tendini dei muscoli flessori palmari delle dita, per proteggerli dalle compressioni durante la chiusura del pugno e per limitare gli attriti che si manifestano durante la presa della mano.

Oltre ad avere il compito di proteggere i tendini di cui sopra detto, l’aponeurosi palmare serve anche a migliorare lo scorrimento dei tendini stessi durante il movimento di chiusura ed apertura della mano e delle dita.


La classificazione

La classificazione del grado di patologia, nella maggior parte delle scale di valutazione, si compone di 4 punti, ed inquadrano il danno biologico e funzionale rispetto alla:

  • formazione di un nodulo senza limitazione funzionale
  • comparsa della retrazione del tendine che va ad inefficiare l’articolazione tra il metacarpo e la falange prossimale
  • estensione del danno anatomico alle articolazioni limitrofe
  • coinvolgimento dell’apparato muscolare, tendineo e capsulare, come danno da fibrotizzazione.

Per rendere maggiormente completa la classificazione nei 4 stadi, vengono sommati i gradi di perdita articolare delle varie articolazioni che compongono l’asse di movimento del dito, o delle dita, interessate dalla patologia.


I sintomi del Morbo di Dupuytren

Morbo di Dupuytren 03I sintomi del morbo di Dupuytren si manifestano con la comparsa di noduli palmari, che inizialmente sono dolenti alla palpazione, per poi perdere sensibilità con il passare del tempo.

Si associa la formazione di cordoni in relazione ai tendini, che aumentano il loro volume per la presenza di un edema sieroso profondo, diventando duri, retratti e ben palpabili.

Nell’evoluzione della patologia si ha una flessione delle dita, iniziando dall’articolazione metacarpo-falangea, per poi coinvolgere, in maniera minore, anche il resto delle articolazioni nelle loro estremità, fino a causare un irrigidimento delle dita stesse in flessione palmare, un’incapacità ad estendere le dita, fino ad arrivare ad un’anchilosi e alla possibile manifestazione di una neuroalgodistrofia.

Le dita che sono maggiormente colpite sono il mignolo, l’anulare e il medio.


Le cause

Attività manualiMa cosa causa questa patologia?

Verrebbe subito da pensare alla predisposizione data da alcuni tipi di lavori o da eventi traumatici, soprattutto micro traumi , ed effettivamente è cosi ma non solo.

Ci sono numerosi fattori di predisposizione quali:

  • patologie dismetaboliche epatiche e pancreatiche
  • uso prolungato di alcune tipologie di farmaci per la cura di patologie croniche
  • predisposizione genetica soprattutto su base familiare
  • abuso di alcool
  • tabagismo
  • traumi e micro traumi
  • alcune attività lavorative che prevedono l’utilizzo del pugno chiuso nella presa, che adoperano la forza nel serrare la mano e che vanno incontro a gesti ripetitivi e prolungati.

La diagnosi del Morbo di Dupuytren

La diagnosi viene fatta tramite un esame obiettivo, visivo, palpatorio e funzionale, dove si deve tener conto del tessuto palmare, della capacità dei tendini di allungarsi in maniera passiva e in maniera attiva tramite la contrazione dei muscoli estensori, della libertà o della rigidità articolare.

Morbo di Dupuytren 05Utile è l’esame ecografico che non serve tanto a confermare la presenza della malattia, ma ad indicare lo stato di degenerazione fibrotico dei tessuti e le possibili aderenze che si possano essere formate rispetto ai piani sottostanti.


Il trattamento

La terapia vede l’utilizzo di varie strade, che hanno la miglior interazione in base allo stadio in cui si affronta la patologia.

Nel campo della farmacologia l’utilizzo di antinfiammatori non ha la massima efficacia, anche se quelli della categoria steroidea, nel breve termine, ha dei risultati migliori.

Molto più efficaci sono le infiltrazioni di collagene, o le applicazioni di ozonoterapia, capaci di migliorare il trofismo dei tessuti e ridare uno slancio biologico tanto all’aponeurosi palmare, quanto alle strutture tendinee e capsulari.

Chirurgia della manoLa chirurgia prevede l’incisione dell’aponeurosi palmare, aponeurectomia se fatta con accesso classico, o aponeurotomia se fatta in percutanea, per liberare le restrizioni aponeurotiche e le aderenze rispetto ai tessuti tendinei sottostanti.

L’atto chirurgico viene effettuato quando il grado di patologia, rischia di creare un’anchilosi delle articolazioni in maniera irreparabile e nel momento in cui nessuna terapia precedentemente effettuata, abbia dato beneficio e miglioramento costante.


La fisioterapia e l’osteopatia

Morbo di Dupuytren 07La fisioterapia e l’osteopatia sono di fondamentale importanza in ogni fase dalla patologia.

La riabilitazione fisioterapica è importantissima per il recupero di un’eventuale fase post chirurgica.

La fisioterapia e l’osteopatia hanno la possibilità di ridurre e drenare l’edema che si manifesta nel tessuto aponeurotico, ed evitare la retrazione della fascia palmare stessa, recuperandone l’elasticità e disimbrigliando i tendini e le capsule articolari dalle possibili aderenze che vengono a presentarsi nell’evoluzione della patologia.

Hanno il compito e l’obiettivo di mantenere e recuperare l’articolarità delle dita della mano e di ristabilire un buon equilibrio di movimento tra la mano, il polso, l’avambraccio e la spalla.

Morbo di Dupuytren 08Nella riabilitazione post operatoria invece, il compito della fisioterapia sarà quello di recuperare il trofismo cutaneo della cicatrice chirurgica, di evitare le aderenze di quest’ultima e di recuperare l’articolarità dell’anchilosi che si  è venuta a formare nel distretto metacarpo falangeo e nel polso, durante l’evoluzione della patologia.

Sarà fondamentale ridare trofismo ai tendini, alle capsule articolari e disimbrigliare i nervi periferici che irradiano i messaggi sensitivi e muscolari nel distretto della mano.

Importantissimo sarà ridurre l’edema linfatico e vascolare venoso della mano, che inevitabilmente si formerà nel post operatorio, per evitare gli effetti nefasti della stasi e del deposito dei cataboliti.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

Cisti di Baker

Cisti di Baker 01Cos’è la Cisti di Baker?

La cisti di Baker, assolutamente di natura benigna, è un rigonfiamento di una delle borse sierose esistenti nel cavo popliteo, ovvero nella zona posteriore del ginocchio, le quali borse mantengono durante lo sviluppo, un anomalo collegamento con la capsula articolare, sviluppando un punto di comunicazione.

Generalmente la più interessata è la borsa sierosa del muscolo semimebranoso o quella del muscolo gastrocnemio mediale.


Cosa sono le borse sierose e a cosa servono?

Le possiamo immaginare come dei cuscinetti rivestiti nell’interno da membrana sinoviale e riempiti di liquido sieroso, che hanno il compito di attutire gli attriti muscolo-tendinei nei passaggi potenzialmente irritativi, in prossimità di sporgenze ossee o di articolazioni.

Cisti di Baker 02La cisti di Baker può anche svilupparsi attraverso un’erniazione della capsula articolare e della sua membrana sinoviale, che trova spazio tra le linee di passaggio muscolari e tendine della zona posteriore del ginocchio.

Le cisti di Baker variano per dimensioni da pochi millimetri a qualche centimetro e possono presentarsi in diverse fasce di età, nei bambini tra i 4 e i 7 anni circa, oppure in età adulta tra i 35 e i 70 anni.

La classificazione viene differenziata in primaria e secondaria.

La forma primaria è detta idiopatica, ovvero non se ne conosce la causa, perché il ginocchio appare sano nel suo complesso ed è la forma che generalmente colpisce i bambini.

La forma secondaria è conseguente ad una patologia del ginocchio, artrosi, artrite, lesioni meniscali, distorsioni, traumi diretti, fratture, per cui si forma liquido sinoviale in eccesso che sfoga verso il perimetro posteriore, dando vita alla cisti in questione.

La cisti secondaria è maggiormente presente nell’età adulata, proprio perché è più facile che si presentino disturbi ortopedici correlati a carico del ginocchio.


I Sintomi

I sintomi sono legati alla grandezza volumetrica e all’effetto compressivo del rigonfiamento nei confronti dei tessuti limitrofi e spesso si sovrappongono alle conseguenze delle patologie pre esistenti del ginocchio.

É ben palpabile, il volume può esserne apprezzato con più facilità all’aumentare delle sue dimensioni.

Cisti di Baker 03Nel quadro sintomatico il paziente può riferire un gonfiore articolare, una limitazione del movimento, un dolore alla pressione nella zona posteriore del ginocchio, alle volte un’alterazione della sensibilità (parestesia) nel caso in cui la cisti vada ad irritare il passaggio del nervo sciatico in zona poplitea.

Raramente la cisti va incontro a rottura e quindi a dispersione del liquido nei tessuti circostanti, con la possibilità di creare un’infiammazione o peggio un infezione.

Altrettanto rari sono i casi in cui la cisti possa calcificarsi indurendosi e causando una compressione di maggior impatto sui tessuti limitrofi.


La diagnosi

La diagnosi vede come primo approccio la palpazione e l’identificazione di una massa molle e comprimibile nella zona posteriore dl ginocchio.

Alla palpazione farà seguito un’esame clinico per valutare la presenza di liquido nei vari compartimenti articolari del ginocchio, inoltre vanno ricercate le possibili patologie  presenti, che mettano l’articolazione nelle condizioni di lavorare male, infiammandosi e diminuendo la propria funzionalità.

Cisti di Baker 04

L’esame ecografico permette di evidenziare la presenza della cisti di Baker e di valutarne il contenuto liquido.

La risonanza magnetica è un esame più minuzioso nello studiare le caratteristiche anatomiche della cisti, la sua posizione, il rapporto con i tessuti adiacenti e con la capsula articolare.


La terapia

La terapia è necessaria nel momento in cui la cisti crei un dolore, una limitazione articolare o un sintomo compressivo dei tessuti adiacenti muscolari, vascolari o neurologici.

La cisti di Baker idiopatica, ovvero primaria, migliora nel giro di 15-20 giorni semplicemente con il riposo, con lo scarico articolare e l’utilizzo di stampelle, alle volte sparisce quasi del tutto.

La cisti di Baker secondaria invece vede la necessità di porre rimedio alle patologie concomitanti che interessano l’articolazione, che siano di natura disfunzionale, anatomica o di entrambe, utilizzando antinfiammatori, calze drenanti, ghiaccio, riposo, scarico del peso corporeo, fisioterapia per il recupero funzionale, per drenare il liquido sinoviale, per migliorare l’assetto posturale e scaricare meglio il peso corporeo.

La strada delle infiltrazioni, per aspirare il liquido contenuto nella cisti, è venuta a perdere attenzione nel tempo, perché si è visto che in alcuni casi non solo il liquido si riformava nel giro di breve, ma ne era stimolata la maggior produzione.

La chirurgia entra in scena nel momento in cui la cisti sia eccessivamente grande e compromettente per la salute dei tessuti adiacenti, oppure quando si rende necessario riparare il danno anatomico del ginocchio che causa instabilità, infiammazione e degenerazione tessutale.

Sicuramente per prevenire l’evoluzione delle patologie legate alla cisti di Baker è importante mantenere un buon tono muscolare, ottimizzare la propriocettività articolare, curare l’assetto posturale e ottimizzare il drenaggio venoso e linfatico degli arti inferiori.

La cisti di Baker è complessa, ma oggi abbiamo imparato che è approcciabile su vari fronti e quindi facilmente gestibile e curabile.

Esercizi per la Dorsalgia

La settimana scorsa ho parlato della dorsalgia e per completare l’argomento, nell’articolo di oggi, vi metto a disposizione una serie di esercizi utili per migliorare l’articolarità e il tono-trofismo muscolare.

Abbiamo capito che la salute della colonna cervicale, lombare e ovviamente dello stesso tratto dorsale, passa inevitabilmente per il buon funzionamento e il buon equilibrio del segmento vertebrale in questione, insieme alla gabbia toracica della quale ne fa parte.

Ma entriamo subito nel vivo dell’argomento dividendo gli esercizi in un capitolo articolare, un capitolo respiratorio toracico e un capitolo muscolare.


CAPITOLO ARTICOLARE


Esercizi_dorsalgia_01Dalla posizione quadrupedica alterno la fase 1, dove curvo la schiena in alto verso il soffitto e abbasso la testa verso le braccia, per poi arrivare alla fase 2 dove inarco la schiena portando la pancia verso il pavimento, spostando la testa in alto e in dietro.

  • 6 movimenti completi delle 2 fasi.

In ogni fase mantengo la posizione massima raggiunta per 10 secondi.Questo esercizio migliora l’articolarità della colonna dorsale in flessione ed estensione


Esercizi_dorsalgia_02Mi posiziono in ginocchio frontalmente ad una parete,

alzo le braccia sopra la testa tenendole vicine tra di loro eposando le mani sul muro.

Il sedere sta sui talloni.

La testa scende in avanti.

Allungo le braccia verso l’alto, facendo strusciare le mani sul piano di appoggio ed estendendo contemporaneamente la schiena il più possibile, come mostrato dalla freccia, mantenendo fisso il contatto tra il sedere e i talloni

  • 5 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi

Questo esercizio serve a mobilizzare la colonna dorsale in estensione, evitando il compenso delle scapole e allungando la muscolatura toraco-lombare.


Esercizi_dorsalgia_03Dopo essermi posizionato in ginocchio, in maniera cauta, vado a prendere, prima con una mano e poi con l’altra, entrambi i talloni dei piedi.

Se dovessi avere difficoltà a raggiungere i talloni, posso tenere i piedi a martello poggiando sulle dita e non sul collo del piede.

Quando con le mani mi sono agganciato ai talloni, sollevo la testa ed il mento verso il soffitto.

  • 3 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 25 secondi

Questo esercizio porta ad estendere la colonna dorsale e ad allungare la catena muscolare anteriore.


Esercizi_dorsalgia_04Parto dalla posizione prona con le mani in appoggio vicino al busto.

Nella fase1 prendo aria facendo un atto inspiratorio profondo.

Nella fase 2 trattengo l’aria ed inizio un’estensione del busto, del collo e della testa facendo forza sulle braccia e stando attento a non sollevare il bacino da terra.

  • 3 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 40 secondi

Questo esercizio aiuta a mobilizzare la colonna sui piani articolari antigravitari posteriori, estremizzando il movimento dei tessuti molli della catena anteriore.


Esercizi_dorsalgia_05Parto dalla posizione seduta con le gambe incrociate, sdraiandomi poi lungo la schiena e posizionando bene la nuca sul pavimento, che diventerà insieme ai glutei, i due punti di appoggio per inarcare la schiena verso l’alto, sollevando il mento e arretrando la testa come indicato dalle frecce

  • 3 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 15 secondi

Questo esercizio mi consente di migliorare la mobilità estensoria delle vertebre dorsali alte, allungando la catena fasciale e muscolare anteriore del collo e del torace.


Esercizi_dorsalgia_06Parto dalla stazione eretta con le braccia ben distese in alto, fermate da un bastone o da un asciugamano.

Dalla posizione 1 mi inclino lateralmente chiudendomi sul fianco sinistro e allungando il più possibile il lato destro, fino ad arrivare alla posizione 2.

  • 5 volte inclinandomi a sinistra, mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi
  • 5 volte inclinando a destra, mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi

Questo esercizio permette di mobilizzare in lateralità la catena vertebrale dorsale e di allungare la muscolatura del torace del lato convesso.


Esercizi_dorsalgia_07Dalla posizione quadrupedica allungo le braccia in avanti mantenendo i femori (le cosce) perpendicolari al suolo, a questo punto la spalla sinistra verrà appoggiata al pavimento e il suo braccio sarà disteso come nella figura, in questo modo otterrò una rotazione ed un allungamento del busto, associata a quella della scapola sul torace.

  • 5 volte con la spalla sinistra mantenendo la posizione per 10 secondi
  • 5 volte con la spalla destra mantenendo la posizione per 10 secondi

Questo esercizio perdette di mobilizzare in rotazione la colonna dorsale mettendo in allungamento la catena muscolare rotatoria vertebrale e la catena muscolare scapolare.


CAPITOLO RESPIRATORIO


Esercizi_dorsalgia_08Nella fase 1 con la schiena ben eretta e la testa che mantiene un unico allineamento rispetto all’appoggio a terra del bacino, faccio un’ispirazione profonda gonfiando il più possibile il torace e soprattutto la pancia.

Nella fase 2 mantenendo la stessa posizione descritta nella fase 1, faccio un’espirazione profonda e prolungata, buttando fuori tutta l’aria che ho, accompagnando contemporaneamente le spalle verso il basso e spingendo la testa verso l’alto (come se qualcuno ci tirasse per i capelli).

Nell’espirazione forzata è importante che i muscoli dell’addome facciano venire la pancia in fuori il più possibile.

  • 10 volte (ognuna completa delle 2 fasi in sequenza).

Questo esercizio permette di svincolare il rapporto del cingolo scapolare rispetto al collo e rispetto alla zona toracica alta.


Esercizi_dorsalgia_09Nella fase 1 devo fare un atto inspiratorio, cercando di prendere più aria possibile, gonfiano oltre al torace anche la pancia.

Nella fase 2 devo fare un’espirazione forzata, andando ad eliminare quanta più aria possibile, facendo lo sforzo di sollevare l’addome verso l’alto e contemporaneamente di abbassare il costato verso le caviglie.

  • 10 volte (ognuna completa delle 2 fasi in sequenza).

Questo esercizio serve ad allungare il più possibile la muscolatura respiratoria primaria e accessoria, la quale collaborando in maniera diretta e indiretta con le spalle e con il dorso ,può essere una chiave importante per ottimizzare il funzionamento meccanico, neurologico, e fluidico (arterioso, venoso, linfatico), migliorando il benessere complessivo.


CAPITOLO MUSCOLARE


Esercizi_dorsalgia_10Sono sdraiato pancia in sotto, posizionando la fronte sul piano di appoggio e tenendo le braccia distese lungo i fianchi.

Sollevo le spalle da terra e mantenendole distaccate dal pavimento, faccio un movimento con le braccia ad arco portandole dai fianchi ad unirsi sopra la testa.

  • 30 movimenti consecutivi, ripetuti per 3 serie

Questo esercizio mi permette di rinforzare la muscolatura delle scapole, dei trapezi e dei paravertebrali, per migliorare il tono-trofismo dei gruppi muscolari antigravitari.


Esercizi_dorsalgia_11Parto dalla posizione quadrupedica, per arrivare a sollevare il braccio sinistro e la gamba destra (braccio e gamba opposti).

Il braccio sinistro sarà ben dritto e allineato con il busto. La gamba destra sarà ben dritta, con il piede a martello e allineata con il busto.

  • 7 volte per incrocio dei due lati, mantenendo la posizione raggiunta per 60 secondi.

Questo esercizio mi permetterà di rinforzare la muscolatura vertebrale crociata di tutta la colonna, in maniera armonica e sincrona.


Esercizi_dorsalgia_12Mi posiziono come nella figura rappresentata, con i gomiti fermi all’altezza delle spalle e i palmi  delle mani poggiate al pavimento.

  • 4 volte mantenendo la posizione per 30 secondi

Questo esercizio mi permette di rafforzare la muscolatura della colonna migliorandone la stabilità e la resistenza.


Esercizi_dorsalgia_13Parto dalla posizione eretta per poi flettere il busto a 90° circa come mostrato nella foto, tenero le gambe ben distese.

Impugno un elastico da esercizio fisico, fissato a terra dai miei piedi.

  • Da questa posizione traziono gli elastici verso la pancia, mantenendo i gomiti stretti al busto.

30 movimento consecutivi ripetuti per 5 serie.

Questo esercizio mi permette di rinforzare i muscoli stabilizzatori della colonna dorso-lombare, di tonificare e allenare i muscoli delle scapole e del tratto medio-superiore vertebro-dorsale.


Esercizi_dorsalgia_14Dalla posizione eretta porto i palmi delle mani a congiungersi dietro la schiena, come mostrato nella foto, esercitando una spinta costante per forza e intensità.

  • 5 volte mantenendo la massima spinta raggiunta per 20 secondi.

Questo esercizio mi permette di stabilizzare la muscolatura delle scapole e favorire l’estensione della colonna vertebrale dorsale.


Oggi abbiamo visto come poter affrontare i problemi di dorsalgia con esercizi specifici e mirati.

Sicuramente ne troverete beneficio, diminuirete di molto i vostri dolori, recuperando forza e migliorando la postura.

Ricordate che l’impegno personale nell’affrontare un percorso di cura è fondamentale e ha bisogno della costanza a lungo termine.

Dorsalgia

Dorsalgia-01La dorsalgia è un dolore nella zona centrale della colonna vertebrale, ovvero del segmento che va dai trapezi medi fino alla fine della gabbia toracica.

Viene comunemente distinta come il dolore della zona interscapolare, perché di tutto il segmento dorsale, è quello maggiormente posto sotto stress, ma sarebbe riduttivo associarlo solamente a quel tratto.

Il segmento dorsale o toracico, è una porzione della colonna vertebrale, che unisce la zona cervicale e quella lombare.

È composta da 12 vertebre, inframezzate dai dischi intervertebrali e alle quali si agganciano le 12 paia di costole, creando insieme allo sterno, la gabbia toracica.

Dorsalgia-02La gabbia toracica ha rapporti con lo stretto toracico superiore, con il muscolo diaframma, con il cuore, con i polmoni, con l’esofago, con l’aorta toracica, con una porzione del fegato e dello stomaco, con gli angoli colici, con la milza e vede affacciarsi i poli superiori dei reni e le ghiandole surrenali.

Non va dimenticato che le articolazioni costo-vertebrali anteriori hanno una rapporto diretto con la catena gangliare neurologica autonoma ortosimpatica, mentre il canale vertebrale contiene il midollo con i nuclei inerenti.

Pertanto possiamo dire che il tratto vertebrale di cui parliamo oggi ha un’enorme rapporto con la vita neurologica autonoma delle relazioni vascolari, respiratorie, viscerali, muscolari.

La postura della persona vede il segmento toracico come un punto di equilibrio e di coordinamento delle lordosi cervicali e lombari.

La zona dorsale ha il compito di sostenere i movimenti dei segmenti a monte e a valle, distribuendo i carichi di linee di forze nei 3 piani dello spazio, ovvero in flessione ed estensione, in rotazione ed in inclinazione laterale.

Ciò sta a significare che il dorso deve essere sufficientemente mobile, ma allo stesso tempo garantire una stabilità di sostegno alla gabbia toracica, agli organi in esso contenuti e alle lordosi cervicali e lombari.

Queste considerazioni sono valide sia nella posizione eretta e sia nel posture da seduto.

Le cause

Alla domanda su quali fattori possano manifestare il dolore della zona dorsale, vien da se capire che le cause possono essere tante e inquadratili su molteplici aspetti.

Cerchiamo di capirli insieme:

  • artrosi delle faccette articolari
  • discopatia degenerativa
  • ernia discale
  • chiusura dei forami di coniugazione
  • ernia intraspongiosa
  • compressione vertebrale
  • ipercifosi
  • scoliosi
  • disequilibrio respiratorio diaframmatico e dei muscoli accessori respiratori intercostali
  • osteoporosi con esiti lesionali vertebrali
  • fratture da compressione
  • nevrite segmentaria
  • innervazione riflessa viscerale

Dorsalgia-03Come notiamo le cause che innescano il dolore dorsale sono svariate e per semplificarle  le possiamo racchiudere in un capitolo osseo, un capitolo discale, un capitolo neurologico, un capitolo posturale, un capitolo respiratorio e uno viscerale.

I sintomi

I sintomi della dorsalgia si manifestano nella zona di mezzo della colonna vertebrale, ovvero dalle spalle fino alla fine del costato, generalmente si concentrano nella zona tra le scapole e possono essere centrali oppure decentrati nella parte destra o sinistra, con un dolore puntiforme o irradiato.

Quando il sintomo è scaturito da un problema di postura, generalmente la posizione di anteriorizzazione acuisce il dolore, mentre l’estensione dorsale da una sensazione  paragonabile al bruciore che genera un sollievo nell’immediatezza, per poi trasformarsi in una riduzione della forza nel mantenere le spalle aperte fino a dare una percezione di contrattura muscolare e di dolore latente.

Dorsalgia-04Spesso si può associare un’ acutizzazione durante un atto inspiratorio profondo se il problema è puramente a carico della zona vertebrale, oppure ad un atto inspiratorio minimo se il problema è causato dall’aggancio della costola rispetto alla vertebra inerente.

La sintomatologia nocicettiva si può acuire da fermo, durante il movimento, o può essere presente in entrambi i casi.

Se il dolore è causato da un collegamento viscerale (fegato, stomaco, milza, pancreas, polmone, cuore, esofago, angolo colico), si manifesta un malessere generale di organo a cui si associa un dolore di riferimento, su precise mappe dermatomeriche della zona dorsale, quasi sempre decentrate, come un cono d’ombra del viscere di rappresentanza.

Nel caso di una dorsalgia di provenienza neurovegetativa, la zona di interesse midollare vertebrale viene attivata anche da movimenti o compressioni, con origine lontano dalla zona del dolore dorsale.

La diagnosi

Nella diagnosi è importante fare un’ analisi postulare, per accertarsi se il carico vertebrale sia corretto, o esagerato nel caso sia presente un’ ipercifosi o una scoliosi rigida e strutturata.

L’esame clinico permette di valutare la mobilità e l’esacerbazione del dolore durante la richiesta di movimento attivo e passivo nei 3 piani dello spazio.

Dorsalgia-05Fondamentale è il supporto di indagini diagnostiche come sostegno alla diagnosi:

  • RX colonna nelle proiezioni sagittali e frontali che possono essere richieste sia in carico che in fuori carico
  • RM dorsale per valutare lo stato anatomico delle strutture discali e radicolari del segmento e quindi indagare la presenza di un’ eventuale ernia discale e la compromissione delle radici nervose
  • TC dorsale per valutare la presenza di lesioni della struttura vertebrale o per studiare la grandezza del canale midollare e la conformazione delle faccette articolari.
  • MOC per apprezzare lo stato di salute dell’osso, rispetto alla massa cellulare che lo compone e l’eventuale rischio di frattura nel caso sia presente l’osteoporosi.Dorsalgia-06
  • RX MORFOLOGICA per analizzare il rapporto volumetrico vertebrale rispetto all’intero segmento nella percentuale destinata alla singola vertebra.

Il trattamento

Il trattamento vede la possibilità di agire su più fronti.

A livello farmacologico saranno usati antinfiammatori, ai quali si possono associare dei miorilassanti, in maniera da ridurre il tono muscolare, limitare le contratture e lo stato di tensione locale.

Gli analgesici possono essere molto utili per ridurre il circolo del dolore e le sue conseguenze sul movimento, sulla postura, sulla forza e sulla resistenza.

Sarà importante affrontare una cura farmacologica e delle indicazioni di gestione, nel caso sia presente un quadro osteoporotico.

Dorsalgia-07 La fisioterapia e l’osteopatia sono di fondamentale importanza per ristabilire i giusti assetti vertebrali sia a livello locale, sia nell’inquadramento generale della postura , combattendo eventualmente la presenza di ipercifosi, cosi come la presenza di un dorso piatto, contrastando una scoliosi, la quale nel caso non fosse più corregibile, bisognerà almeno evitare che si irrigidisca.

Dorsalgia-08Di grandissima utilità sarà riequilibrare il meccanismo respiratorio, migliorando le sinergie tra il diaframma, i muscoli accessori della respirazione, l’elasticità della gabbia toracica e dell’addome.

E’ importante analizzare e correggere le malposizioni locali vertebrali e il loro cattivo funzionamento, rilanciando il movimento e migliorandone l’ articolarità.

Sarà necessario decomprimere la zona dorsale, ove richiesto, per migliorare lo scorrimento e il contenimento stesso delle strutture neurologiche, sia midollari che radicolari.

Dorsalgia-09Nel caso di un coinvolgimento viscerale, ove fossimo di fronte ad una riduzione della sua mobilità o di aderenze, sarà possibile utilizzare delle manovre manuali, tali da migliore il movimento sia passivo che autonomo.

Dorsalgia-10Non è da sottovalutare la possibilità di adoperare un busto di supporto, variandone l’utilizzo sia per numero di ore da indossare nella giornata, sia per la rigidità di sostegno e di scarico che si vuole conferire alla colonna vertebrale.

La chirurgia alle volte si rende necessaria, nel momento in cui ci siano patologie anatomiche non più gestibili e pericolose, a carico del canale midollare, dei forami di coniugazione e del disco intervertebrale.

Nel caso la colonna ceda sotto il suo stesso peso, impossibilitata a mantenere una postura accettatile, prendendo degli angoli di curva eccessivamente esagerati e quindi patologici a livello locale e globale, si potrà pensare di ricorrere ad una stabilizzazione vertebrale con staffe e viti, bloccate sulla colonna dei corpi vertebrali stessi.

Nella prevenzione delle patologie a carico del tratto dorsale, è fondamentale porre attenzione all’assetto vertebrale della postura, è importante evitare che ci sia una riduzione di mobilità e di funzione, cosi  com’è importante mantenere un tono muscolare capace di sostenere e di guidare la colonna vertebrale, pertanto fare un’attività fisica mirata e costante sarebbe di buon auspicio.

Nell’adoperarsi con i lavori da sforzo è utile saper gestire le attività mi maniera da alternare fatiche massime con lavori di minor impegno fisico, in maniera da evitare sovraccarichi e sforzi prolungati.

Anche l’alimentazione e le attività all’aria aperta possono esser un tassello della prevenzione, soprattutto in ottica osteoporosi e fragilità ossea.

Abbiamo analizzato gli aspetti più comuni della dorsalgia e come sempre, il saperne di più e acquistarne coscienza, ci permette di essere più vicini alla buona salute.

Spondilodiscite

Con il termine di spondilodiscite si definisce una patologia a carico vertebrale (spondilite) e discale (discite), inerente alla degenerazione patologica dei loro tessuti biologici, causata da un’ infezione da agente esterno.

Il paziente vede un coinvolgimento diverso se è nella giovane età compresa tra i 10 e i 20 anni rispetto ad un adulto oltre i 50 anni.

La differenza sostanziale sta che mentre nella fascia di età più giovane, i dischi intervertebrali sono ancora vascolarizzati, caratteristica che viene definitivamente a mancare attorno ai 20 anni.

Le infezioni di tipo discale e quindi le disciti, sono superiori alle spondiliti, proprio perché la vascolarizzazione del disco intervertebrale può veicolare l’agente patogeno, mentre nell’età adulta l’infezione avviene soprattutto per via ossea, dove invece la vascolarizzazione è permanente e per tanto le spondiliti saranno nettamente superiori alle disciti.

Spondilodiscite_02Il risultato è spesso similare perché il danno si estenderà per contiguità a entrambe le strutture, ma viene spontaneo capire che se si è bravi a fare una diagnosi precoce, la mirabilità della cura e la prognosi possono prendere strade ed aspetti diversi.

In entrambi i casi l’infezione porta ad un danno del tessuto biologico che subirà un erosione da agente patogeno, tale da distruggerne la struttura e a seconda di quanto il processo lesivo sia andato avanti e con quale grado di aggressività, si potrà riscontrare un cedimento anatomico che coinvolgerà anche le zone attigue.

Ci sono dei fattori di predisposizione alla patologia che possono essere indicati su un’ampia scala:

  • abuso di cortisone
  • insufficienza renale
  • insufficienza epatica
  • infezioni delle vie urinarie
  • infezioni cardiache
  • ipertensione arteriosa
  • diabete
  • interventi chirurgici vertebrali
  • malattie reumatiche
  • uso di sostanze stupefacenti che causino immunodeficienza.

La spondilodiscite può colpire qualunque porzione vertebrale, dalla zona cervicale a quella lombosacrale, ma statisticamente, circa il 65%, la zona maggiormente interessata è a carico del segmento lombare.

Spondilodiscite_03

Ma quale parte della zona vertebrale può essere colpita?

Come prima accennato, generalmente le strutture che vengono attaccate sono il disco intervertebrale (discite) e la parte ossea della vertebra (spondilite), ma essendo un processo infettivo può succedere che l’attacco venga esteso anche alle strutture contigue quali: il midollo spinale, le radici nervose, le meningi, le capsule articolari, la muscolatura di stretto rapporto.

I sintomi legati alla spondilodiscite sono molti, si presentano in base al tipo di agente patogeno che ha innescato la patologia e alle strutture danneggiate nell’attacco.

Il tutto si manifesterà con un’ intensità  sintomatologica che varia da soggetto a soggetto.

I segni e i sintomi più diffusa sono:

  • dolore
  • febbre
  • stanchezza
  • perdita di peso
  • contratture muscolari di tipo antalgiche
  • rigidità nei movimenti
  • riduzione della forza muscolare
  • riduzione della sensibilità
  • disfunzioni della mobilità viscerale e della continenza degli sfinteri (urina e feci).

Spondilodiscite 05Mentre i disturbi legati alla muscolatura e alla dolorabilità sono di facile comprensione, il resto dei sintomi elencati sono dati dal danno batterico, anatomico o compressivo per cedimento strutturale, che il segmento vertebrale può relazionare alle strutture nobili neurologiche contigue.

Gli agenti patogeni che possono generare una spondilodiscite sono molti e variano in percentuale di incidenza e possibilità di danno.

I tessuti vertebrali possono essere infettati per via ematica come già accennato precedentemente (70% dei casi circa), ma anche per inoculazione diretta, per contiguità, per situazioni di immunodepressione, come conseguenze di interventi chirurgici vertebrali.

Spondilodiscite_04I batteri che possono innescare la spondilodiscite e che hanno un’ incidenza maggiore nel nostro territorio, appartengono al complesso dei batteri piogeni, ovvero in grado di generare infezioni purulente e appartengono alla famiglia sia dei gram-positivi quanto dei gram-negativi:

  • streptococco aureus
  • streptococco
  • stafilococco coagulasi-negativo
  • escherichia coli
  • pseudomonas
  • enterococco
  • mycobacterium tuberculosis (responsabile della tubercolosi)
  • brucella (responsabile della brucellosi)

La spondilodiscite può essere provocata anche dai funghi quali:

  • candida
  • aspergillus

Solamente per nominarli, ma di incidenza rara, sono i parassiti:

  • echinococco granulosos
  • toxoplasma gondii.

La diagnosi

Spondilodiscite 06Nella diagnosi diventa fondamentale fare una buona anamnesi, raccogliere tutti i dati che il paziente possa fornire per capire se ci siano state infezioni, se ci siano stati dei fattori predisponenti, che sintomi si manifestano e in che modalità.

E’ importante lo studio delle analisi del sangue per individuare la presenza di una possibile infezione.

Fondamentale è la diagnostica per immagini che si avvarrà della RM, spesso associata a mezzo di contrasto.

Spondilodiscite 07La scintigrafia ossea con tecnesio 99 è molto utile, soprattutto se il paziente è impossibilitato ad effettuare una RM.

La TC si utilizzerà nel caso si voglia studiare bene i danni che la spondilodiscite abbia causato sulla struttura vertebrale.

La biopsia del tessuto infetto permetterà di individuare in maniera specifica, il tipo di agente patogeno che ha innescato la patologia, per poi mettere a disposizione del paziente una cura mirata.

La terapia

Spondilodiscite 08La terapia ha i suoi maggiori risultati in base alla tempestività della diagnosi e allo studio del fattore patogeno che l’ha generata.

Si parte con un approccio farmacologico mirato alla causa primaria dell’infezione, a questa si associa una terapia di immobilità, di scarico delle forze e del peso corporeo, utilizzando un busto decompressivo.

La fisioterapia e l’osteopatia sono importanti per gestire lo stato di salute fisico sia nella dolorabilità, sia nella perdita del movimento che del tono muscolare.

Nel caso in cui il danno della spondilodiscite sia eccessivamente grave, come un crollo vertebrale, come una suppurazione contigua alla radice nervosa o nel cono midollare, sarà necessario intervenire per mezzo della chirurgia, che sceglierà la tecnica più adeguata in base alla condizione e al disagio anatomo-funzionale a cui dovrà far fronte.

Anche in questo caso sarà necessario un periodo di riabilitazione, mirato al recupero del deficit patologico e delle conseguenze del post operatorio.

La spondilodiscite non va assolutamente sottovalutata, perché i danni che può lasciare sono potenzialmente gravi, però se presa tempestivamente, se curata con pazienza e costanza, si può tornare a fare una vita normale e piena di soddisfazioni.

Tromboflebite

Tromboflebite 01La tromboflebite è un’infiammazione della parete venosa che porta alla formazione secondaria di un trombo, ovvero di un coagulo di sangue all’interno della vena stessa, aderendo alla parete intima del vaso.

Tromboflebite 02Le piastrine del sangue si legano tra di loro e approfittando delle rugosità vasali che si formano per via dell’infiammazione, aderiscono ad esse.

Le piastrine sono gli elementi più piccoli del sangue e insieme agli enzimi della coagulazione permettono il passaggio del sangue stesso, dallo stato liquido a quello solido, dando il via alla formazione del trombo, nel momento in cui si riuniscono insieme.

Il sistema venoso del corpo umano vede la presenza di vasi superficiali e vasi profondi, pertanto anche la tromboflebite sarà di tipo superficiale e di tipo profonda, anche se sarebbe corretto parlare della tromboflebite profonda come trombosi venosa profonda.

Le vene superficiali si trovano nello strato più esterno, sono più piccole e drenano nelle vie venose maggiori, mentre le vene profonde le troviamo nella parte più intima del segmento, sono più interne e hanno una via di drenaggio diretta.

La tromboflebite può manifestarsi su ogni vaso venoso, ma si presenta maggiormente dove la circolazione rischia un rallentamento significativo, pertanto la casistica maggiore è a carico degli arti inferiori, ma non è fuori luogo confrontarsi con manifestazioni patologiche dell’arto superiore, dei vasi del collo e di altre zone ancora.

Le cause

Tromboflebite 03Le cause che possono portare dalla tromboflebite sono molte:

  • stasi venosa o rallentamento del flusso venoso
  • vene varicose
  • infiammazione del tessuto venoso
  • infezioni
  • traumi diretti sulla parete venosa
  • traumi della zona
  • aumento della coagulazione del sangue (trombofilia)
  • il mantenimento per lungo tempo di una posizione con riduzione del movimento articolare e della contrazione muscolare
  • cateterismi venosi
  • compressioni prolungate della zona
  • farmaci che influiscono sulla viscosità sanguigna per via diretta o indiretta
  • obesità
  • gravidanza
  • fumo
  • alcool
  • familiarità di vasculiti e tromboflebiti.

Come potete capire leggendo le varie cause, tutte quante per un motivo od un’altro, riconducono ad un rallentamento se non addirittura ad una stasi del sangue venoso, ad un danno della parete della vena di tipo infiammatorio, infettivo, traumatico, lesionale o compressivo, ad un’alterazione dei fattori di coagulazione del sangue.

Il tutto nel campo sanitario viene riassunto come TRIADE DI VIRCHOW.

I sintomi

Vediamo adesso la sintomatologia legata alla tromboflebite.

Tromboflebite 04La sintomatologia ha dei tratti di contraddistinguo tra una flebite di tipo superficiale e una di tipo profondo.

La tromboflebite superficiale manifesta rossore e irritazione della cute, edema superficiale locale, dolore e spesso il tronco venoso coinvolto diventa duro e ben localizzabile tramite la palpazione, proprio per la sua posizione superficiale.

Nella tromboflebite profonda la sintomatologia manifesta è più importante e coinvolge un’area ben maggiore rispetto a quella superficiale.

Il paziente riscontra un edema distrettuale generalizzato e non più segmentale, c’è una dolorabilità superficiale alla palpazione se non addirittura allo sfioramento e una dolorabilità profonda ben più acuta e costantemente presente, che si acuisce alla compressione.

La cute può manifestare delle dermatiti, subisce un cambiamento del trofismo, tendendo a scurirsi e ad assumere una pigmentazione cianotica, si possono notare anche dei segni di desquamazione superficiale e nei casi più gravi la presenza di ulcerazioni cutanee.

Il movimento dell’arto risulta difficoltoso, dolente all’esecuzione e soggetto ad affaticamento precoce.

Nelle situazioni limite il paziente può andare incontro a stati febbrili ed infezioni da prima localizzate, ma che se trascurate possono espandersi in maniera sistemica.

Le complicanze

Le complicanze più importanti che la tromboflebite può causare sono diverse a seconda che sia superficiale o profonda.

Tromboflebite 05La tromboflebite profonda è quella maggiormente pericolosa perché, dovendo supportare un deflusso maggiore di sangue e avendo delle vie di drenaggio dirette, possono dar luogo al distacco parziale o totale del trombo dalla parete venosa, dando il via al dislocamento dello stesso, formando un embolo.

L’embolo va considerato come un corpo estraneo insolubile, ovvero che non può sciogliersi in maniera autonoma, libero di scorrere nel sistema circolatorio.

L’embolo, nella sua corsa, può andare a bloccarsi in un vaso minore dove ridurrebbe o peggio ancora bloccherebbe, il normale flusso di sangue, causando un danno del tessuto di competenza.

Tromboflebite 06L’embolia potrebbe causare quindi un infarto del miocardio, un ictus cerebrale ischemico, un’embolia polmonare, ovvero tutte condizioni pericolosissime per l’incolumità e la vita del paziente.

Le complicanze della tromboflebite superficiale invece rimangono concentrate a livello locale, dove la permanenza di sangue venoso crea un’acidificazione dei tessuti, diminuendone la vitalità biologica e rovinando in maniera irreparabile il tessuto cellulare e valvolare della parete venosa.

La diagnosi

Tromboflebite 07

Nella diagnosi lo specialista sanitario si avvale della raccolta dati dei sintomi manifesti nel paziente, dell’esame clinico volto all’ispezione visiva e palpatoria della zona interessata, effettuerà dei test clinici di forza, resistenza e affaticabilità muscolare e compirà delle manovre specifiche per valutare la circolazione venosa superficiale e profonda, in maniera tale da poter stabilire la presenza di un’anomalia circolatoria.

Fondamentale sarà l’ecocolordoppler dei vasi per poter stabilire la funzionalità venosa, la velocità del flusso, lo stato infiammatorio del parenchima venoso e l’eventuale formazione di trombi.

Può ritenersi necessario nei casi di manifestazioni ripetute, richiedere le analisi del sangue per studiare i fattori di coagulazione del paziente.

Il trattamento

Il trattamento prevede varie misure e strade a seconda della gravità della tromboflebite, se sia di tipo superficiale o profonda e se sia in fase acuta o post acuta.

Nella tromboflebite superficiale, generalmente si associano farmaci antinfiammatori e antiedemigeni, non è raro vedere l’utilizzo di questi in forma topica, soprattutto se la manifestazione è recente e non particolarmente aggressiva, altrimenti vengono somministrati per via orale.

Nel caso la tromboflebite superficiale sia ad uno stadio avanzato si potrà rendere necessario l’utilizzo di anticoagulanti per evitare la formazione di trombi.

Tromboflebite 08La fisioterapia come l’osteopatia sono di grosso supporto per favorire il ripristino della circolazione, per ridurre l’edema e per sgonfiare il segmento interessato dalla patologia.

E’ molto utile l’utilizzo di ausili sanitari elastici con compressione graduale, per favorire il circolo venoso compensato dalla contrazione muscolare.

Nella flebite profonda la situazione si fa più dedicata perché le cure farmaciologiche in pomata saranno inefficienti e quindi da scartare, potranno essere utilizzati antinfiammatori non steroidi per abbassare la soglia del dolore causato dall’infiammazione della parete venosa e se non dovessero essere sufficienti si può ricorrere all’uso di analgesici.

Tromboflebite 09Nel caso la tromboflebite profonda non sia presa allo stato iniziale si può rendere necessario ricorrere all’utilizzo di farmaci anticoagulanti e se l’esame ecocolordoppler dovesse mostrare la presenza di un trombo sarà necessario ricorrere alla somministrazione di farmaci trombolitici, per ridurne il volume e diminuirne la pericolosità in caso di distacco.

Nei casi più gravi e soprattutto resistenti alle cure farmacologiche, si può rendere necessario l’approccio chirurgico, utilizzando stunt o filtri venosi a seconda della situazione a cui il chirurgo dovrà far fronte.

Nei casi di infezione delle vie venose e quindi di una tromboflebite settica, dove l’uso di antibiotici non abbiamo avuto sufficiente successo e il danno cellulare non riesca a fermarsi, sarà necessario l’asportazione del tessuto venoso e di quelli circostanti coinvolti.

Tromboflebite 10Una volta stabilizzato il paziente è necessario ricorrere ad un periodo di riabilitazione vascolare, mirata al drenaggio del segmento, al ricondizionamento della circolazione venosa, al ripristino del trofismo cellulare, del tessuto connettivo e muscolare, avvalendosi anche di bende o manicotti elastici che favoriscano il drenaggio e riducano l’effetto della stasi.

 

 

La tromboflebite è una patologia con cui non si scherza, nella maggior parte dei casi si risolve senza complicanze, tuttavia è importante fare tempestivamente una diagnosi corretta e agire in maniera veloce.

Adesso che ne sappiamo di più, difficilmente ci faremo cogliere impreparati.

Piede piatto

Il piede piatto è una caduta della zona interna del piede, che si abbassa verso il piano di appoggio, ovvero verso il pavimento, nel momento in cui la persona sta in piedi.

Piede piatto 01La parte interna del piede può scendere completamente fino a toccare terra, o in parte e questo determina lo stato di importanza del piede piatto.

L’arco plantare interno smette di funzionare perdendo la sua capacità di sostenere, di ammortizzare il peso del corpo e perde la dinamica del carico.

Il piede ha 3 archi plantari, due longitudinali e uno trasverso, con il ruolo di ammortizzare e scaricare a terra il peso del corpo quando si è fermi in posizione eretta e le forze di taglio, di compressione e di torsione, durante la fase del passo.

Il tutto avviene mettendo in relazione le articolazioni del piede, la muscolatura e i legamenti che ne fanno parte.

Piede piatto 02I 3 archi plantari sono così organizzati:

  • l’arco plantare esterno che va dal calcagno alla base del 5° metatarso
  • l’arco plantare interno che va dal calcagno alla base del 1° metatarso
  • l’arco plantare trasverso che va da dalla base del 1° metatarso alla base del 5° metatarso.

Le volte plantari servono anche a mettere in comunicazione tra di loro le 3 zone di suddivisione del piede.

Piede piatto 03Le tre zone di cui parliamo sono:

  • retropiede, la zona posteriore che da sola scarica a terra circa l’80% del peso corporeo
  • mesopiede, la zona di mezzo che serve ad attuare il passaggio dallo scarico del peso corporeo al movimento, trasferendolo dal retropiede all’avampiede
  • avampiede, la zona di spinta nella fase finale del passo, che permette all’altro piede di avanzare e andare a sua volta a poggiare sul tallone.

Questo resoconto semplificato della biomeccanica segmentale, ci fa intuire che organizzazione perfetta e affascinante abbia, ma quanto allo stesso tempo sia delicata e predisposta a cambiamenti patologici.

Non va dimenticato che il piede ha delle correlazioni indirette ma di stretto rapporto con l’adattamento del ginocchio in primis e dell’anca a seguire, fino ad arrivare alla relazione con il bacino e la zona lombare.

Vanno spese delle parole per fare un distinguo tra piede piatto nel bambino e nell’adulto.

Piede piatto 04Sono due piedi piatti differenti.

Nell’adulto la situazione è strutturata ma può essere resa più funzionale, ovvero la si può in minima parte correggere, oppure stabilizzare evitando i peggioramenti che il tempo e il cambiamento biologico ci impongono.

Nel bambino (parlando di una fascia di età fino ai 4-5 anni) si ha una conformazione cutanea e di tessuto adiposo, che potrebbe nascondere la vera conformazione del piede e inoltre il suo tono muscolare postulare segmentale deve ancora ben stabilizzarsi, per cui nella prima fascia di età del bimbo, bisogna stare molto attenti a giudicare un piede dall’essere piatto o semplicemente immaturo per sviluppare correttamente una forma e una struttura.

L’errore di valutazione potrebbe portare a prendere dei provvedimenti non necessari se non addirittura controproducenti.

Torniamo adesso a parlare del piede piatto nell’adulto.

Esiste una differenza tra il piede piatto strutturale e il piede piatto funzionale e vale la pena accennarla, perché è una differenza sostanziale anche nell’affrontare una cura e una gestione del piede.

Piede piatto 05Il piede piatto funzionale si manifesta nel momento in cui la volta plantare interna cede per una problema di cattivo aggiustamento tra articolazioni, muscoli e legamenti, ma che riesce a recuperare la sua forma coerente se liberato dai compiti biomeccanici e dal peso del copro.

Il piede piatto strutturato invece si ha nel momento in cui la porzione interna cede, si abbassa e nonostante venga scaricato dalle responsabilità meccaniche di adattamento al peso e al passo, non ritorna alla sua normale forma ma rimane piatto.

Anche mobilizzandolo manualmente recupera con grande difficoltà e solo parzialmente, la volta plantare interna.

Pertanto possiamo dire che il piede piatto funzionale lavora male ma ancora svolge parzialmente il suo compito se commisurato all’arco interno, mentre il piede piatto strutturale perde la funzione quasi nella sua totalità, mettendo in crisi tutti gli adattamenti di relazione.

La sintomatologia

Il piede piatto ha molti stati di sintomatologia, sia locali che a distanza… andiamo a vedere quali sono:

  • Piede piatto 06tendiniti e capsuliti nella zona del mesopiede e del tendine d’Achille
  • metatarsalgia
  • ascite plantare secondaria
  • tallonite
  • affaticamento allo sforzo
  • cattivo drenaggio con possibilità di gonfiori perimalleolari sia interni che esterni
  • Piede piatto 07predisposizione alla lassità legamentosa dei compartimenti articolari
  • crampi muscolari sia nella zona del piede quanto della gamba, che possono salire fino all’altezza del ginocchio
  • cattivo assetto posturale
  • stress del ginocchio sulla zona interna
  • predisposizione al valgismo del ginocchio
  • predisposizione all’alluce valgo
  • esposizione di una protuberanza ossea nella zona mediale del piede dolente alla palpazione e allo sfregamento
  • alterazione del bacino e della zona lombare bassa con la possibile manifestazione di lombalgia diffusa
  • asimmetrico consumo della suola della scarpe.

La manifestazione dei sintomi va sempre analizzata in base a se il piattismo dell’arco interno sia funzionale o strutturale e se sia di uno solo piede o di entrambi.

Questo insieme di sintomi e di predisposizioni ai mutamenti degli assi articolari, vanno ricondotti al pensiero che il piede è un segmento multiarticolare e particolarmente adattativo, che necessita dell’interrelazione con tutto l’arto inferiore e col sistema lombo / sacrale / bacino, per questo un suo cambiamento morfologico e di funzione può scatenare una serie cosi grande di mutamenti e patologie associate.

Le cause

Il piede piatto ha molteplici concause:

  • Piede piatto 08predisposizione familiare
  • traumi distorsivi o fratturativi a carico del mesopiede, del retropiede o dell’avampiede
  • patologie muscolari di tipo neurologiche sia centrali che periferiche, a carico delle guaine mieliniche o delle vie di trasmissione del messaggio
  • sarcopenia, ovvero perdita di fibre muscolari per degenerazione da invecchiamento cellulare
  • l’invecchiamento biologico dei tessuti molli e articolari
  • ipotonia da riduzione dell’attività fisica o dall’eccessivo utilizzo di scarpe durante la giornata
  • scarpe inadeguate
  • patologie artritiche o artrosiche che arrecano danni alle articolazioni, viziandole nelle posizioni e riducendone il movimento
  • patologie vascolari che riducono l’apporto e il drenaggio di sangue alle strutture muscolari e legamentose, danneggiandone la qualità tessutale
  • il sovrappeso o peggio ancora, l’obesità.

La diagnosi

Per la diagnosi l’esame obiettivo è la strada diretta con cui il professionista sanitario esamina il paziente e il suo piede, tanto nella posizione anatomica di appoggio, tanto in scarico, cosi come nella palpazione, nella mobilizzazione e nel recupero della corretta posizione.

Va osservato anche come si adatta la postura del soggetto rispetto alla perdita della volta interna del piede e come si sviluppa la deambulazione durante la fase del passo.

Piede piatto 09Un esame molto valido è la baropodometria sia in statica che in dinamica, ovvero da fermo e mentre cammina, per vedere come, su uno schema computerizzato, si adatta il piede al terreno, la qualità del movimento che compie e gli assi funzionali che segue nel passaggio dal retropiede all’avampiede, la distribuzione dei pesi su entrambi i piedi e nelle loro specifiche zone.

L’ RX del piede permette di apprezzare lo stato di forma se fatta sotto carico, oppure lo stato articolare anatomico se fatta fuori carico.

La Rm diventa uno studio molto interessante se si ha la necessità di conoscere lo stato di salute dei tessuti molli muscolari, legamentosi, capsulari, ovvero di quelle strutture che hanno il compito di sostenere e rinforzare le articolazioni del piede.

In sostituzione della Rm potrebbe essere utilizzata anche un’ecografia, con lo stesso identico scopo, ma con una precisione minore di immagine e quindi di diagnosi.

L’esame TC viene utilizzato raramente e nei casi in cui vi sia un’incertezza sullo stato di salute del tessuto osseo periarticolare o intrarticolare.

La cura prevede varie strade e vari approcci.

Piede piatto 10La fisioterapia, per recuperare dove possibile la volta plantare interna e nel caso fosse possibile, ridare un assetto naturale al piede, stabilizzare il suo stato di salute ed evitare che vada incontro a rigidità e deformazione, controllare la corretta mobilità articolare.

Va mantenuta tonica la muscolatura di sostegno dell’arco plantare mediale e di questo rispetto agli altri due (l’esterno e il trasverso), come allo tesso tempo insieme alla tonicità va curata la miglior elasticità possibile.

Va assolutamente evitato che i legamenti possano cedere nel tempo ed oblungarsi maggiormente, altrimenti il piede perderebbe ulteriormente sostegno.

Piede piatto 11E’ fondamentale una ginnastica propriocettiva mirata ad allenare il sistema di adattamento del piede a terra.

Piede piatto 12L’ausilio dei plantari di sostegno è sicuramente buono ma va evitato di portarli tutto il giorno, perché è vero che il piede viene sostenuto ma non deve perdere il tono muscolare per il mantenimento autonomo dell’arco interno del piede, altrimenti verrebbe a mancare ogni minima capacità residua di svolgere i proprio ruolo in autonomia.

Pertanto almeno che il piede piatto non sia di origine strutturale e gravemente compromesso, deve alternare una fase di sostegno plantare e una di appoggio e passo libero al suolo.

Non va dimenticato che è fondamentale inquadrare il paziente nella sua postura e cercare di correggerla per portare il miglior assetto nello scarico a terra, nella dinamica del passo e poter distribuire in maniera ottimale i carichi di lavoro al piede.

Piede piatto 13La farmacologia diventa di aiuto nel momento in cui si dovesse far fronte a un’infiammazione delle strutture molli quali legamenti, tendini, articolazioni e possono essere usate componenti chimiche locali o infiltrative.

Nel caso di infiammazione cronica è molto utile approcciare il problema con l’ozonoterapia in maniera ciclica e costante.

La chirurgia vede l’entrata in scena nel momento in cui ci sia una evento traumatico che necessita di una stabilizzazione articolare, oppure quando delle patologie neurologiche vadano a viziare irreparabilmente la posizione del piede, cosi come la presenza di patologie artritiche vadano a deformare irrimediabilmente l’anatomia del segmento.

Piede piatto 14Il piede piatto è una condizione di svantaggio nel nostra quotidianità, ma adesso abbiamo tutte le nozioni per poterlo gestire al meglio, recuperare lo stato di salute e ottimizzarne il suo funzionamento.

Se curiamo i nostri piedi sicuramente ci ringrazieranno, portandoci a spasso con leggerezza.

Esercizi per il bacino e le anche

Esercizi bacino e anche 01In molti degli articoli pubblicati sul mio sito ho parlato di patologie a sviluppo locale, che si manifestano per concause diverse, molte delle quali derivanti dal cattivo funzionamento e dalla cattiva postura del bacino e delle anche.

Le patologie che hanno una stretta interrelazione con l’argomento che oggi andremo a trattare sono:

alterazioni posturali

lombalgia

lombosciatalgia

protusioni ed ernie discali lombari

pubalgia

borsite pertrocanterica

artrosi dell’anca

sindrome da conflitto della testa del femore.

La necessità di mantenere in stato di buona salute il nostro bacino e le nostre anche, gioverà tanto ad esse, tanto a gestire le patologie sopra citate e altre ancora non affrontate.

In questo articolo metterò una serie di esercizi che mirano ad aumentare le capacità articolari, a migliorare lo stato di allungamento del muscolo e a dare un miglior trofismo delle fibre muscolari.

ESERCIZI DI STRETCHING, DI RECUPERO ARTICOLARE E MUSCOLARI

Esercizi bacino e anche 021) dalla posizione supina afferro con entrambe le mani il ginocchio destro e lo porto verso il petto

5 volte con il ginocchio destro mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

5 volte con il ginocchio sinistro mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

Questo esercizio mobilizza l’anca nel parametro di flessione e aiuta ad allungare i legamenti del bacino nel compartimento inferiore.


Esercizi bacino e anche 032) dalla posizione 1 sdraiato supino, fletto l’anca e il ginocchio destro per poi estenderlo come in figura 2, tenendo la coscia con entrambe le mani e portando il tallone verso l’alto, mentre schiaccio il ginocchio sinistro a terra.

5 volte con la coscia destra mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

5 volte on la coscia sinistra mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

Questo esercizio mobilizza l’anca in flessione, svincolando la sinfisi pubica in torsione e mettendo in allungamento la catena muscolare posteriore dell’arto inferiore.


Esercizi bacino e anche 043) dalla posizione supina fletto l’anca destra fin dove posso, aiutandomi con entrambe le mani, per poi deviare il ginocchio flesso dalla parte opposta, ovvero verso sinistra.

5 volte con la coscia destra mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

5 volte con la coscia sinistra mantenendo la massima posizione raggiunta per 30 secondi.

Questo esercizio mobilizza l’anca in flessione, strecciando la muscolatura estensoria e rotatoria laterale dell’anca, allungando contemporaneamente i legamenti laterali del bacino.


Esercizi bacino e anche 054) sdraiato in posizione supina, accavallo la gamba destra sulla sinistra.

Porto il ginocchio sinistro al petto aiutandomi con entrambe le mani e trascinando la gamba sinistra anch’essa verso il torace, ma associandoci un movimento coordinato e sincrono in apertura del ginocchio, proprio come mostrato dalle frecce nel disegno.

5 volte con la coscia sinistra mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

5 volte con la coscia destra mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

Questo esercizio mobilizza le anche in flessione ed apertura esterna, creando un movimento sfalsato dei due emibacini.


Esercizi bacino e anche 065) sdraiato in posizione supina fletto entrambe le anche poggiando i piedi a terra, per poi aprire le ginocchia verso il basso, come mostrato dalle frecce.

1 volta mantenendo la massima posizione raggiunta per 45 secondi.

Questo esercizio mobilizza entrambe le anche in apertura, allungando la muscolatura adduttoria, dando la possibilità al bacino di compattare le giunzioni articolari posteriori e di aprire lo spazio della sinfisi pubica.


Esercizi bacino e anche 076) dalla posizione seduta fletto l’anca sinistra e posiziono il piede sul piano d’appoggio, scavallando la gamba opposta che rimane ben distesa.

Allo stesso tempo faccio una torsione del busto come mostrato nella figura e mentre la mano sinistra prende appoggio a terra, il gomito e l’avambraccio destro spingeranno la coscia per esasperare la posizione di medializzazione raggiunta.

4 volte con la gamba sinistra mantenendo la massima posizione raggiunta per 45 secondi.

4 volte con la gamba destra mantenendo la massima posizione raggiunta per 45 secondi.

Questo esercizio allunga la catena rotatoria esterna ed estensoria dell’anca, accompagnata dalla torsione dell’emibacino omolaterale.


Esercizi bacino e anche 087) dalla posizione seduta fletto ed apro l’anca destra, appoggiando la pianta del piede sull’interno della coscia sinistra.

Fletto il busto in avanti e con le mani mi avvicino alla caviglia sinistra cercando di afferrarla.

3 volte con la gamba destra mantenendo la massima posizione raggiunta per 60 secondi.

3 volte con la gamba sinistra mantenendo la massima posizione raggiunta per 60 secondi.

Questo esercizio allenta la catena muscolare posteriore mentre mobilizza l’anca opposta in apertura e ne allunga la porzione adduttoria.


Esercizi bacino e anche 098) dalla posizione seduta fletto le ginocchia e le apro spingendole verso il piano di appoggio, aiutandomi con le mani e mantenendo entrambe le piante dei piedi a contatto tra di loro, cosi come illustrato nell’immagine.

3 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 60 secondi.

Questo esercizio permette di aumentare l’articolarità dell’anca in apertura, allenando il bacino a mantenere un corretto assetto rispetto alla curva lombare e allo stesso tempo avremo un allungamento della muscolatura adduttoria.


Esercizi bacino e anche 109) dalla posizione quadrupedica con i gomiti poggiati a terra, faccio scivolare le ginocchia verso l’esterno, portando il busto e l’addome il più possibile verso il pavimento.

3 volte mantenendo la massima posizione raggiunta per 60 secondi.

Questo esercizio consente di aprire le anche sui parametri esterni, deprimendo la parte sacrale del bacino, diminuendo la compressione sulla sinfisi pubica e allungando la catena muscolare adduttoria.


Esercizi bacino e anche 1110) Con entrambe le ginocchia poggiate in terra e il busto ben eretto, porto il piede destro ad poggiarsi al suolo formando un angolo di 90° sia con l’anca che con il ginocchio.

Con la mano sinistra vado ad afferrare la caviglia sinistra, rimasta dietro le mie spalle e aumento la flessione del ginocchio sinistro, proprio come riportato nella foto.

4 volte con la gamba sinistra mantenendo la posizione massima raggiunta per 45 secondi.

4 volte con la gamba destra mantenendo la posizione massima raggiunta per 45 secondi.

Questo esercizio permette di aumentare l’articolarità dell’anca in estensione, migliorando l’elasticità dei muscoli flessori anteriori e contemporaneamente permette di migliorare la torsione del bacino a carico della sinfisi pubica.


Esercizi bacino e anche 1211) dalla posizione seduta con le gambe incrociate in avanti, poggio entrambe le mani a terra e porto il ginocchio sinistro dietro fino ad appoggiare la faccia interna del ginocchio stesso al suolo, come mostrato nella foto.

3 volte con la gamba sinistra mantenendo la posizione massima raggiunta per 60 secondi.

3 volte con la gamba destra mantenendo la posizione massima raggiunta per 60 secondi.

Questo esercizio serve a far lavorare in torsione il bacino per mezzo delle leve dei femori e del busto, stabilizzato dall’appoggio delle mani e allo stesso tempo di mettere in allungamento le catene muscolari rotatorie delle anche.


Esercizi bacino e anche 1312) Con entrambe le ginocchia poggiate in terra e il busto ben eretto, porto il piede sinistro ad poggiarsi al suolo formando un angolo di 90°, sia con l’anca che con il ginocchio.

Entrambe le mani si posano sul ginocchio sinistro. Porto il busto in avanti aumentando la flessione dell’anca sinistra e l’estensione dell’anca destra, come mostrato nella foto.

4 volte con la gamba sinistra mantenendo la massima posizione raggiunta per 45 secondi.

4 volte con la gamba destra mantenendo la massima posizione raggiunta per 45 secondi.

Questo esercizio serve ad aumentare la capacità di torsione del bacino impegnando la sinfisi pubica e allo stesso tempo migliora l’articolarità dell’anca in estensione.


Esercizi bacino e anche 1413) partendo dalla posizione eretta incrocio la gamba destra davanti la sinistra e scendo con il busto per andare a toccar con le mani i piedi, come mostrato nella figura.

5 volte con la gamba destra incrociata mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

5 volte con la gamba sinistra incrociata mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

Questo esercizio serve ad allungare le catene muscolari posteriori e laterali delle cosce e a migliorare la mobilità delle strutture legamentose posteriori del bacino.


Esercizi bacino e anche 1514) partendo dalla posizione eretta, con la mano destra vado ad afferrare il piede destro, avvicinandone il tallone il più possibile al sedere, evitando che il ginocchio dello stesso lato sfugga in avanti e mantenendo il busto ben eretto.

5 volte con la gamba destra mantenendo la posizione massima raggiunta per 45 secondi.

5 volte con la gamba sinistra mantenendo la posizione massima raggiunta per 45 secondi.

Questo esercizio serve ad allungare la muscolatura anteriore della coscia


Esercizi bacino e anche 1615) partendo dalla posizione con le gambe divaricate e distese, porto il ginocchio sinistro a flettersi e a traslare lateralmente, mentre la gamba destra si mantiene in estensione e il busto ben eretto, come mostrato nella figura.

5 volte flettendo il ginocchio sinistro mantenendo la posizione massima raggiunta per 45 secondi.

5 volte flettendo il ginocchio destro mantenendo la posizione massima raggiunta per 45 secondi.

Questo esercizio serve ad allungare la muscolatura interna dell’anca e mobilizzare la sinfisi pubica in torsione, portando allo stesso tempo il bacino a trovare un bilanciamento trasverso.


Esercizi bacino e anche 1716) partendo dalla posizione supina fletto le ginocchia poggiando i bipedi al suolo e tenendo le braccia lungo i fianchi, sollevo il bacino verso l’alto come mostrato nella foto.

6 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 60 secondi.

Questo esercizio rinforza la muscolatura estensoria dei glutei stabilizzando le anche e il bacino, rendendoli più efficaci nella dinamica antigravitaria della postura.


Esercizi bacino e anche 1817) partendo dalla posizione supina con il sedere poggiato ad una parete e le gambe ben estese verso l’alto, apro le anche in maniera sincrona verso l’esterno per poi riportarle alla posizione iniziale di partenza, mantenendo sempre le ginocchia ben estese.

7 volte mantenendo la posizione massima raggiunta per 30 secondi.

Questo esercizio rinforza la muscolatura esterna ed interna dell’anca e del bacino, riequilibrandole tra di loro e permettendo di aumentare la stabilita laterale del cingolo pelvico.


Esercizi bacino e anche 1918) stando sdraiato su un fianco con le gambe estese ed in linea con il busto, alzo la gamba esterna all’appoggio, ovvero la gamba sinistra, mantenendo il piede a martello.

5 volte con la gamba sinistra mantenendo la massima posizione raggiunta per 60 secondi.

5 volte con la gamba destra mantenendo la massima posizione raggiunta per 60 secondi.

Questo esercizio rinforza la muscolatura laterale dell’anca e del bacino, necessaria per stabilizzare il cingolo pelvico e aiutarlo nell’attività estensoria.


Esercizi bacino e anche 2019) stando sdraiato sul fianco fletto il ginocchio e l’anca della gamba esterna all’appoggio, ovvero la gamba destra, posizionando la pianta del piede al suolo e frontalmente alla coscia in appoggio, come illustrato nella figura.

Da questa posizione alzo la gamba in appoggio verso l’alto, ovvero la gamba sinistra, mantenendo il piede a martello.

5 volte con la gamba sinistra mantenendo la massima posizione raggiunta per 30 secondi.

5 volte con la gamba destra mantenendo la massima posizione raggiunta per 30 secondi.

Questo esercizio permette di rinforzare la muscolatura interna dell’anca migliorando la funzione rotatoria della sinfisi pubica.


Esercizi bacino e anche 2120) stando sdraiato su un fianco sopra di un piano rialzato, posiziono un cuscino tra le cosce e fletto l’anca sinistra in avanti in maniera da non far sovrapporre le ginocchia tra di loro.

Da questa posizione faccio cadere il tallone del piede sinistro verso il basso, per poi riportarlo in alto aumentandone l’escursione articolare, come mostrato nella figura.

6 volte con il piede sinistro mantenendo la massima posizione raggiunta per 30 secondi.

6 volte con il piede destro mantenendo la massima posizione raggiunta per 30 secondi.

Questo esercizio serve a migliorare il coordinamento rotatorio delle anche rispetto alla stabilizzazione del bacino.


Esercizi bacino e anche 2221) partite dalla posizione quadrupedica, per arrivare a sollevare il braccio sinistro e la gamba destra (braccio e gamba opposti). Il braccio sinistro sarà ben dritto e allineato con il busto.

La gamba destra sarà ben dritta, con il piede a martello e allineata con il busto.

7 volte per incrocio dei due lati, mantenendo la posizione raggiunta per 60 secondi.

Questo esercizio migliorerà l’equilibrio e la coordinazione del cingolo pelvico rispetto a quello scapolare, rinforzandone allo stesso tempo la muscolatura antigravitaria.


Abbiamo visto come lavorare in autonomia sul nostro sistema bacino e sulle nostre anche.

Ne trarremo benefici immediati e duraturi, tanto per i problemi ad essi annessi, tanto per le patologie di cui avevamo accennato all’inizio dell’articolo.

Non mi rimane altro che augurarvi buon lavoro, sapendo già che sarete felici di avere un corpo sano e ben funzionante!