Displasia congenita dell’anca

Cos’è la displasia congenita dell’anca?

Displasia congenita anca 01La displasia congenita dell’anca (DCA) conosciuta in alternativa  come “lussazione congenita dell’anca (LCA)”, è una patologia che riguarda l’articolazione coxo-femorale sia nella conformazione e sia nel posizionamento della testa del femore rispetto all’acetabolo.

Le classificazioni

La lussazione congenita dell’anca, ha diverse classificazioni a seconda di come evolve la dislocazione della testa del femore e dei rapporti anatomici che si vengono ad instaurare:

  1. displasia dove si evince un acetabolo ovalizzato
  2. sublussazione della testa del femore dove si ha una perdita parziale dei normali rapporti anatomici tra i due capi articolari
  3. lussazione dove si ha una perdita totale dei normali rapporti anatomici tra i due capi articolari
  4. lussazione e formazione di un neo-acetatolo, ovvero l’osso esterno del bacino (iliaco), al di sopra dell’articolazione, si modifica creando una nicchia che ospita la testa del femore in maniera impropria.

Displasia congenita anca 02

Quando si manifesta?

La patologia displasica si attiva già nel periodo fetale e può manifestarsi su una singola anca oppure, in percentuale ridotta mediamente al 30-35%, su entrambe le anche.

La popolazione femminile è maggiormente colpita rispetto ai maschietti e si riscontra una familiarità patologica.

Displasia congenita anca 03Nella displasia congenita dell’anca troviamo una serie di alterazione che riguardano varie strutture anatomiche:

  • cartilagini
  • osso
  • capsule articolari
  • legamenti
  • muscoli
  • tendini
  • tessuti fasciali
  • tessuto adiposo.

Le alterazioni strutturali sono sicuramente le più importanti, perché da lì avremo gli adattamenti di tutte le restanti strutture anatomiche, che compenseranno nel miglior modo possibile, senza però arrivare mai ad una stabilità ottimale dello stato di salute dell’articolazione.

Per alterazioni strutturali intendo:

  • ipoplasia dell’acetabolo
  • un solco migratorio della testa del femore sull’ala iliaca esterna del bacino
  • la formazione atipica di un neo-acetabolo alla fine del solco migratorio iliaco, dove si stabilizzerà la testa del femore, creando una falsa articolazione adattativa
  • alterazione della testa, del collo e dell’angolo femorale.

Cause e sintomi della displasia congenita dell’anca

Cause

Displasia congenita anca 04Le cause che possono innescare la displasia congenita dell’anca sono diverse:

  • ereditarietà che si manifesta con percentuali diverse a seconda del diretto corrispettivo con genitori o fratelli
  • riduzione della resistenza della cavità acetabolare, ovviamente a maggior impronta cartilaginea nei primissimi periodi di vita e sviluppo
  • lassità capsulo-legamentosa, che permette il dislocamento della testa del femore fuori dall’asse articolare
  • la posizione del feto nel periodo di sviluppo e il rapporto di volume-spazio occupato soprattutto negli ultimissimi mesi, che potrebbe portare il nascituro ad assumere degli atteggiamenti sbagliati e innaturali con l’anca.

Sintomi

I sintomi che si manifestano nella lussazione congenita dell’anca sono diversi a seconda del grado di displasia e in relazione all’età della comparsa manifesta nel soggetto affetto.

Nella fase neonatale si individua uno scatto ed un’anomalo movimento, che viene riscontrato e riprodotto tramite due test specifici:

  • manovra di Ortolani
  • manovra di Barlow.

La coscia tende ad essere maggiormente in extrarotazione nella posizione di riposo e l’arto displasico è risalito, risultando erroneamente più corto.

I movimenti di apertura della coscia possono risultare ridotti.

Displasia congenita anca bambiniNello sviluppo dei bambini, in particolare modo nella conquista della posizione bipodalica e nello sviluppo della deambulazione, si può manifestare un ritardo di entrambe le fasi.

Non è raro notare uno stato anomalo di tensione muscolare, se non addirittura di contrattura di alcuni e uno stato di ipotonicità di altri.

Nel corso degli anni si instaureranno compensi di postura sia a livello della colonna vertebrale, sia nel ginocchio, com’anche nell’appoggio del piede a terra in fase statica e dinamica.

Sarà inevitabile veder sviluppare un’artrosi precoce della testa del femore e della zona articolare che la contiene.

Come si diagnostica una displasia congenita dell’anca?

Manovre Ortolani BarlowCome prima frase, nei giorni di degenza ospedaliera del bambino dopo il parto, durante i controlli pediatrici, vengono eseguite le manovre di Ortolani e/o di Barlow, che metteranno in allerta i sanitari, nel qual caso risultino positive.

Gli esami ecografici sono fondamentali e vanno effettuati tra la 6° e la 12° settimana di vita del bambino.

L’ecografia permetterà di vedere lo stato di salute della zona articolare, le strutture cartilaginee pre-sviluppo osseo, lo stato in essere dei legamenti e delle capsule articolari.

Displasia congenita anca RXLe indagini radiografiche permettono di capire l’anatomia delle articolazioni coxo-femorali displasiche, non nel periodo post nascita e ne prima dello stadio di inizio deambulazione, perché la formazione ossea sarebbe minima e quindi troppo poco valutabile.

L’RX diventa un ottimo esame diagnostico nel momento in cui l’osso è sufficientemente o totalmente formato, permettendo di valutare sia la posizione dei capi articolari, sia la deformazione articolare, sia la presenza della neo-articolazione.

La terapia della displasia congenita dell’anca

La terapia varia in maniera significativa a seconda di quanto si sia stati tempestivi nel diagnosticare e nell’affrontare la patologia displasica.

La fase neonatale

Displasia congenita anca tutore

Displasia congenita anca tutore

Nella fase neonatale si utilizza un tutore per centrare e mantenere nella posizione ottimale la testa del femore nell’acetabolo.

Fintanto che le strutture anatomiche, scaricate dalle trazioni muscolari e dalle forze di compressione, si sviluppino maggiormente e siano tra loro meglio contenenti.

Nel caso la terapia inizi in una fase di lussazione dell’anca, sarà necessario applicare una trazione prolungata in scarico che riporti la testa del femore in allineamento con l’acetabolo articolare.

Si andrà, poi, fare una manovra di riposizionamento e fissarla in correzione con apparecchio gessato o tutore.

I tempi saranno variabili in ogni sua fase a seconda della gravità della lussazione e in relazione allo stato di tensione e fibrosità dei tessuti molli.

Accrescimento e età adulta

Nel caso la patologia sia ormai conclamata e stabilizzata in un’età di accrescimento e sviluppo importante, non abbiamo modi efficaci per ristabilire la congruità dei capi articolari, se non sostituire l’articolazione con un’artroprotesi, impiantando quindi una nuova testa del femore e un nuovo acetabolo.

Visto che le protesi articolari hanno un tempo di durata abbastanza predefinito, generalmente si aspetta un’età adulta per impiantare la neo-articolazione.

Nel frattempo si utilizza la fisioterapia per diminuire al massimo i compensi articolari vertebrali e di carico degli arti inferiori, ristabilendo la miglior capacità funzionale delle catene muscolari, evitando contratture oppure ipotonicità.

Sarà necessario mantenere la miglior articolarità possibile concessa, per lasciare attivi i movimenti nei piani congrui biomeccanici.

artroprotesi ancaSpesso ci troveremo costretti a recuperare la dismetria tra i due arti, causata dalla dislocazione articolare, per mezzo di un rialzo, permettendo di mantenere almeno il miglior assetto vertebrale posturale possibile.

L’artroprotesi

Quando il paziente arriverà ad un’eta congrua per affrontare l’intervento di sostituzione articolare, una volta impiantata l’artroprotesi, si procederà ad un periodo di recupero riabilitativo.

In questa fase, sarà compito del fisioterapista andare a ristabilire l’articolarità della protesi, eliminare gli esiti chirurgici, quali edemi, cicatrici, ipotonie muscolari, scompensi posturali e biomeccanici.

A questo punto il paziente comincerà a vivere un nuovo periodo, libero dalle difficoltà articolari e dai dolori muscolari.

Deve tener presente che generalmente il complesso protesico messo prematuramente, deve portarlo a prestare attenzione per evitare un’usura precoce della neo-articolazione.

E’ indispensabile evitare di sottoporla a gesti che ne possano aumentare il carico oltremodo ed il rischio di lussazione.

La displasia congenita dell’anca non ci deve preoccupare soprattutto se presa nelle primissime fasi neonatali.

La diagnosi precoce diventa la miglior alleata a nostra disposizione, in caso contrario il percorso di cura sarà più lungo e tortuoso ma comunque possibile.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

 

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Gli otoliti e le vertigini posizionali parossistiche benigne

Parliamo oggi di otoliti e vertigini posizionali parossistiche.

Otoliti 01Cosa sono gli otoliti?

Gli otoliti possono essere immaginati come dei piccoli sassolini formati da carbonato e ossalto di calcio, sono dei cristalli precipitati attorno ad un nucleo, si collocano nell’orecchio interno e hanno un ricambio biologico periodico.

Nell’orecchio interno sono immersi in una sostanza gelatinosa che viene chiamata membrana otolica, la quale a sua volta è in rapporto con la zona sensoriale (macula acustica) dell’otricolo e del sacculo.


La macula acustica ha delle estroflessioni a forma di ciglia, che prendono rapporti con la membrana otolitica, ovvero con una sostanza gelatinosa dove sono immersi gli otoliti; ha il compito di percepire le accelerazioni lineari verticali, orizzontali e la forza di gravità, dando costantemente il senso di posizione della testa nei piani dello spazio.

Gli otoliti, grazie al proprio peso specifico, imprimono il loro spostamento compressivo e di stiramento alla membrana otolitica, trasmettendolo alle ciglia della macula acustica ogni qual volta si inizi un movimento dinamico o di posizionamento.

Quindi possiamo affermare che gli otoliti sono in gran parte responsabili della trasmissione-reazione del movimento, della direzione e dell’equilibrio.

Il nervo vestibolare è deputato a raccogliere queste informazioni per trasmetterle al cervello, che elaborerà gli spostamenti del corpo, dando il senso statico e di equilibrio nei movimento antero-posteriori (orizzontali) di competenza dell’utricolo e infero-superiori (verticali) di competenza del sacculo.

Sistema VestibolareNel sistema vestibolare dell’orecchio interno non va dimenticata la presenza dei canali semicircolari.

Questi canali quali hanno il compito di recepire le accelerazioni angolari tra cui le rotazioni della testa, stimolando la membrana gelatinosa (cupola), anch’essa collegata alle cellule capellute in relazione con il nervo vestibolare.

Nell’utricolo, nel sacculo, nei canali semicircolori, in una porzione della coclea, ovvero in buona parte dell’orecchio vestibolare interno, vi è contenuta l’endolinfa.

L’endolinfa è un liquido gelatinoso di fondamentale importanza per coadiuvare i parametri di spostamento della testa e trasmettere tramite le forze direzionali, impulsi neurologici di relazione, captati nei vari piani dello spazio.

Per comprendere meglio, vediamo com’è formato l’orecchio.

OrecchioL’orecchio è diviso in 3 parti:

  • orecchio esterno

Formato dal padiglione auricolare, dal condotto uditivo e dalla membrana timpanica,

ha il compito di raccogliere il suono e trasferirlo alla membrana vibratoria timpanica.

  • orecchio medio

Va dalla membrana timpanica all’orecchio interno e trasferisce le vibrazioni prodotte dal suono tramite 3 ossicini chiamati martello, incudine e staffa.

  • orecchio interno

Si trova nella parte intima del cranio in zona temporale.

Troviamo la coclea deputata alla ricezione degli impulsi sonori e funge da stazione di arrivo e partenza dei messaggi neurologici, che dall’orecchio medio e poi interno, vengono recepiti per poi essere portati al nervo acustico e da lì al cervello, per l’elaborazione e la trasformazione logica dei suoni stessi, riuscendo cosi a convogliarli e a dare loro un senso.

Il vestibolo ha 3 strutture, l’utriculo, il sacculo e i canali semicircolari, i quali per mezzo dell’endolinfa e degli otoliti, sono capaci di dare il senso dell’equilibrio, portando informazioni meccaniche al nervo vestibolare.

Il nervo vestibolare, a sua volta trasmetterà le informazioni neurologiche al sistema nervoso centrale per l’elaborazione, rendendo il corpo capace di attivare le risposte corrette muscolo-scheletriche.

I questo modo, il soggetto è capace di adeguarsi ad ogni stimolo posturale, gravitazionale e dinamico, in un equilibrio ottimale.

OtolitiA quali problematiche gli otoliti, possono andare incontro e che sintomi comportano?

Gli otoliti possono distaccarsi e spostarsi dalla loro abituale posizione.

Ovvero rispetto all’utricolo e al sacculo, infilandosi nei canali semicircolari e stimolando in maniera erronea la membrana gelatinosa, attivando i ricettori degli spostamenti angolari, inviando messaggi elaborati dal cervello, che in realtà non si avverano.

Dando così un senso di rotazione che provoca in maniera consequenziale delle vertigini, chiamate vertigini posizionali parossistiche benigne, in gergo dette anche vertigini da distacco di otoliti.

La vertigine parossistica benigna può essere nominata in maniera specifica cupololitiasi, nel momento in cui gli otoliti si posizionano nella cupola, oppure canalolitiasi quando gli otoliti sono liberi nell’endolinfa.

Il senso di rotazione può avvenire sia in moto orario che antiorario, la crisi vertiginosa è violenta, improvvisa e si manifesta nei cambi di postura, dalla posizione sdraiata alla posizione seduta, alla posizione eretta e viceversa.

Anche il minimo spostamento della testa, dalla parte del labirinto interessato, può innescare le vertigini.

La durata della vertigine è variabile da alcuni secondi ad alcuni minuti ed essendo di tipo meccanica, è innescata dal movimento e dal cambiamento di posizione della testa.

Spesso insieme alle vertigini si manifestano dei sintomi associati, diversi tra di loro ma collegati, che aiutano il professionista sanitario ad inquadrare lo stato di salute del paziente, conducendolo alla diagnosi di vertigine da distacco degli otoliti.

La sintomatologia

Sintomi otolitiI sintomi associati sono:

  • nausea
  • tachicardia
  • nistagmo, ovvero un movimento involontario dei bulbi oculari
  • perdita dell’equilibrio
  • difficoltà nella messa a fuoco oculare
  • stato di confusione
  • ansia
  • depressione.

Raramente si associano disturbi dell’udito come l’ipoacusia o gli acufeni.

La vertigine parossistica benigna tende a regredire spontaneamente, però nel soggetto che la manifesta può ripresentarsi più volte nell’arco della propria vita.

Le cause

Le cause che posso scatenare il distacco e la migrazione degli otoliti, sono riconducibili a situazioni di varia natura:

  • eventi traumatici alla testa
  • infezioni batteriche o virali dell’orecchio e/o dell’osso che lo ospita es: otiti, mastoiditi etc.
  • interventi chirurgici locali
  • allettamento per un lungo periodo
  • idrope dell’orecchio con accumulo dell’endolinfa e circolazione anomala della stessa.

Come si arriva la diagnosi?

È importante fare una buona raccolta dati nell’affrontare l’anamnesi e appuntare tutti i segni e sintomi che il paziente riferisce, cercando di escludere le patologie secondarie come ad esempio il neurinoma del nervo acustico.

Visita otorinoLa visita con l’otorino è fondamentale per valutare lo stato di funzionalità e anatomico dell’orecchio.

In caso ci sia la necessità di indagini diagnostiche, viene maggiormente favorita la Rm.

Nella diagnosi viene molto utilizzata la manovra di dix-hallpike, capace di evocare la vertigine parossistica benigna, tramite un cambio di postura del copro e della testa del paziente, con movimenti precisi nell’esecuzione.

La positività di questo test da un forte indirizzo alla diagnosi di vertigine da distacco degli otoliti.

La terapia per liberare gli otoliti

Manovra otolitiIl trattamento d’elezione è l’effetto di una manovra per liberare gli otoliti (manovra di Epley) e riposizionarli in rapporto con l’otricolo e il sacculo.

Possono essere utilizzati dei farmaci antivertiginosi che  hanno il compito di diminuire la recettività e la trasmissione degli impulsi sensoriali vestibolari.

Va detto che queste cure farmacologiche aiutano il sintomo tenendolo a bada, ma non ne curano la causa.

La chirurgia può essere una strada se le manovre di liberazione degli otoliti non dovessero funzionare, ma il tipo di intervento non è semplice e lo si lascia come ultima via.

La rieducazione vestibolare può essere una strada percorribile nel momento in cui gli otoliti non rispondano alla manovra di riposizionamento.

Il paziente potrà tenere sotto controllo la sintomatologia evitando movimenti bruschi e veloci, sia del tronco che della testa.

Gli otoliti sono fondamentali per il benessere del nostro equilibrio corporeo, vivono in un ambiente complesso e delicato, se perdono la loro naturale posizione, creano un disagio vero e profondo.

Adesso che li conosciamo, non dobbiamo farci spaventare perché sappiamo che li possiamo riportare al loro assetto naturale.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.

Reflusso biliare

Cos’è il reflusso biliare?

Cos'è il reflusso biliareIl reflusso biliare è una risalita della bile dal duodeno verso lo stomaco e nei casi più gravi anche nell’esofago.

Il duodeno è il proseguimento del tubo digerente, che si diparte dallo stomaco, continuando il suo percorso come piccolo intestino, ed è separato dallo stomaco attraverso una valvola chiamata piloro.

Il piloro è la valvola ultima dello stomaco che ha il compito di aprirsi, per mezzo di uno stimolo riflesso, meccanico-chimico, al passaggio del cibo nel proseguo del tubo digerente.

Nel duodeno si riversano dei liquidi importantissimi per il processo di digestione dei cibi ingeriti, tra di loro troviamo la bile, i succhi pancreatici e ovviamente i succhi gastrici.

 

La bile: cos’è e a cosa serve?

E’ è un liquido di colore giallo-verde, prodotto dal fegato e raccolto nella cistifellea, che ha la funzione di digerire i grassi e le vitamine liposolubili (A-D-E-K-F).

BileLa bile esce dal fegato tramite il dotto epatico comune, unendosi a seguire con il dotto cistico proveniente dalla colecisti; questa unione di dotti prendono il nome di  coledoco (dotto biliare comune).

Il coledoco si indirizza verso il duodeno dove avrà accesso tramite l’ampolla di Vater, utilizzando l’apertura della valvola (sfintere) di Oddi.

Se lo sfintere di Oddi non fa defluire la bile nel duodeno, questa verrà raccolta nella cistifellea in attesa di essere utilizzata nel pasto a seguire.

La bile ha un Ph neutro tendente al basico, ha una grossa percentuale di acqua, oltre il 90%, mentre per il resto si trovano varie sostanze quali: bilirubina, acidi biliari, fosfolipidi, colesterolo, elettroliti, proteine.

La bile oltre che digerire i grassi e alcuni tipi di vitamine (sopra elencate), ha anche altre funzioni molto importanti:

  • elimina la bilirubina che si produce per mezzo della degradazione dell’emoglobina
  • i sali biliari contenuti nella bile uccidono molti dei microbi nocivi introdotti nel corpo attraverso il cibo.
  • elimina le sostanze tossiche endogene ed esogene
  • coadiuva la peristalsi intestinale
  • riduce l’acidità dei succhi gastrici nel momento in cui si affacciano nel duodeno.

Le risposte

Reflusso biliareAlla domanda cosa sia il reflusso biliare, adesso rimane più facile dare una risposta.

Il reflusso biliare è una risalita della bile verso lo stomaco, attraversando l’antro pilorico, in un percorso contrario a quello che dovrebbe normalmente avere.

La forma oblungata, alle volte anche eccessivamente, dello stomaco, crea un ristagno della bile in esso e anche se di natura tendenzialmente basica e quindi di contrasto all’ acidità dei succhi gastrici, proprio per le sue caratteristiche organolettiche, tenderà a creare un’infiammazione della mucosa gastrica, che se prolungata nel tempo, potrà portare ad un’alterazione delle sue cellule.

Nei casi di grave mancanza di contenimento delle valvole, la perdita di continenza del cardias (la valvola che si interpone tra l’esofago e lo stomaco), potrà favorire la risalita di bile ancora più in alto e quindi nell’esofago, provocando un’esofagite da reflusso gastro-biliare.

Quali sono le cause che portano ad un’incontinenza del piloro ed eventualmente del cardias?

VisceriI visceri addominali, come anche quelli toracici, hanno bisogno di mantenere una relazione anatomica rispetto alle strutture di sostegno e  rispetto ai collegamenti tra organo ed organo.

Devono inoltre mantenere una capacità di resistenza ed elasticità rispetto ai movimenti e alle posture che il corpo umano compie e adotta quotidianamente.

Inoltre devono resistere e contrastare le forze pressorie che si sviluppano tanto nell’addome quanto nel torace.

Quando i visceri perdono queste capacità, si ha una perdita di posizione e di rapporto, per cui può essere danneggiata la funzione propria, la meccanica di contenimento e transizione.

A questo punto, potremo ritrovare tra le varie problematiche che si innescano, anche la cattiva chiusura della valvola pilorica e di quella del cardias.

Un’ altra causa-effetto del reflusso biliare, si può associare ai periodi post colecistectomia, dove l’asportazione chirurgica della cistifellea, elimina la possibilità di raccogliere la bile nel suo contenitore naturale.

Per questo motivo sarà maggiormente facilitato l’afflusso di bile direttamente nel duodeno e da lì risalire nello stomaco, qualora fosse presente un’incontinenza della valvola pilorica.

Altro intervento che può favorire il reflusso di bile è la resezione gastrica, dove cambia la conformazione del stomaco stesso per volume e forma, così come cambiano gli ancoraggi dello stomaco rispetto alla cavità addominale.

ConatiI sintomi: quali sono?

  • bruciore in zona gastrica, alle volte anche in sede sotto e retro sternale
  • dolore alla palpazione delle zone suddette
  • difficoltà nella digestione
  • nausee
  • vomito di colore giallo-verde
  • tosse / bruciore faringeo
  • disturbi nella qualità fonatoria

L’importanza di una corretta diagnosi

La diagnosi vede nell’anamnesi una tappa necessaria, per capire dove i sintomi del paziente indirizzano nel ragionamento clinico e nell’ipotesi patologica.

Esame fondamentale è la gastroscopia, che permette di vedere direttamente la presenza di liquido biliare nello stomaco, lo stato anatomico delle valvole, piloro e cardias.

Non di meno, di valutare lo stato di salute cellulare sia dello stomaco che dell’esofago e nel caso ce ne fosse bisogno, di fare una biopsia delle cellule valutate da controllare, per conoscerne il tipo di mutamento che si presenta.

Come si cura il reflusso biliare?

E’ da dire che le cure farmacologiche indirizzate non sono molte, però sono sufficientemente efficaci:

  • farmaci che aumentano la cinetica intestinale, aiutando a far defluire la secrezione di bile nell’intestino tenue
  • farmaci che incarcerano gli acidi biliari, riducendo il fattore primario irritativo nei confronti della mucosa gastrica, acidi che poi verranno eliminati tramite le feci.

Gli antiacidi utilizzati generalmente nel reflusso gastrico, non hanno efficacia sufficiente nella patologia del reflusso biliare.

L’alimentazione

E’ molto importante invece curare l’alimentazione, mangiare moderatamente, riducendo al minimo cibi grassi, zuccheri, alcol, sostanze piccanti e acide, caffeina, cioccolata, mentre è di grande aiuto bere parecchia acqua e cercare di ridurre la massa grassa.

Il ruolo della fisioterapia e dell’osteopatia nel trattamento del reflusso biliare

Terapia manuale visceraleLa fisioterapia e l’osteopatia sono molto utili nel contrastare le patologie da reflusso, interagendo su vari parametri:

  • la postura
  • i rapporti di pressioni toraco-addomino-pelvici
  • la mobilità intestinale
  • i rapporti anatomici tra i vari segmenti del tubo digerente e i loro organi contigui
  • la gestione della ptosi viscerale addominale
  • l’influenza neurovegetativa sul processo digestivo e sulla mobilità intestinale

Lavorando su tutti questi fattori, si è in grado di migliorare il funzionamento digestivo sia nell’elaborazione del cibo, sia nella secrezione biliare e dei succhi gastrici, sia nello scorrimento del bolo alimentare nel percorso obbligato del tubo digerente.

Sapere cosa sia un reflusso biliare e cosa comporta, ci permetterà di prevenire le sue complicanze, mettendoci nella condizione di poterla affrontare per ridurne al minimo il disagio correlato.

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Virus e batteri

In questo periodo post lockdown, parlando con i miei pazienti, ho constatato che c’è confusione tra cosa siano i virus e cosa siano i batteri.

Virus e batteri: le differenze.

Cercherò in maniera semplice, senza entrare troppo nei dettagli, di illustrare le differenze e di aumentare le conoscenze in merito.

I virus

Virus e batteri 02Sono dei microrganismi, più piccoli dei batteri, si misurano in nanometri e possono avere forme diverse tra di loro.

Non hanno una struttura cellulare propria e per questo necessitano di legarsi a delle cellule ospiti per potersi replicare, il che vuol dire che non possono riprodursi in un ambiente esterno, ma ci possono sopravvivere avendo un’ autonomia variabile di alcune ore.

I virus appartengono a categorie diverse tra di loro e possono infettare qualunque tipo di cellula, l’uomo, gli animali, le piante, i funghi e addirittura i batteri stessi,  ed è per questo che le possibili fonti di infezioni sono innumerevoli e di varia natura.

E’ chiaro che ogni famiglia di virus avrà la possibilità di legarsi ad alcuni tipi di cellule ma non a tutte quelle esistenti.

Ci possono essere contagi trasmissibili tra uomo e animale, oppure tra animale e piante ma c’è da dire che, in percentuale, sono minori i casi in cui ci sia una trasmissione tra specie diverse, perché i virus generalmente sono altamente specifici.

Abbiamo detto che i virus non hanno una cellula propria, ma hanno un nucleo formato da materiale genetico che può esser DNA oppure RNA, è da dire anche che queste due forme genetiche non possono coesistere nel virus.

Quali sono le differenze tra DNA ed RNA?

DNA RNASono entrambi due acidi nucleici ma…..

Il DNA è formato da due catene avvolte a doppia elica, è il custode dell’informazione genetica dell’individuo, ed è contenuto nel nucleo di tutte le cellule.

L’ RNA è composto da una singola catena, partecipa alla sintesi delle proteine, alla trasmissione delle informazioni contenute nel DNA, ed è contenuto sia nel nucleo che nel citoplasma cellulare.

Il nucleo del virus è racchiuso in una capside, ovvero un rivestimento proteico, ed è importante dire che quando il virus si trova fuori dalla cellula si chiama virione e quindi lo troviamo nell’ambiente che ci circonda.

Quando il virus invece si trova all’interno della cellula e ha la capacità di replicassi, allora si chiama virus.

Quindi il virione si può trovare ovunque attorno a noi, il virus lo possiamo trovare solo ed esclusivamente dentro la cellula ospite.

Ma il virus come infetta l’organismo umano?

Il virus entra nell’organismo ospite, può rimanere localizzato nel punto di accesso e da qui può iniziare il suo processo di replicazione .

Dalla sede iniziale può rimanere confinato, oppure può diffondersi per vicinanza alle cellule limitrofe, può diffondersi a distanza per via ematica o per via linfatica.

Il virus quindi potrà contagiare sia le cellule dei sistemi di diffusione e sia gli organi dove vanno ad imbattersi.

Trasmissione virusLa trasmissione del virus viene chiamata orizzontale se trasmesso da individuo ad individuo, oppure verticale se trasmesso da madre a feto e quindi durante la gravidanza.

La trasmissione orizzontale può avvenire attraverso la saliva, i colpi di tosse o gli starnuti se ravvicinati, attraverso il sangue, le feci, le abrasioni e le lacerazioni cutanee, le mucose genitali, tramite i rapporti sessuali, attraverso morsi o punture di animali e tramite gli alimenti.

La trasmissione per via verticale avviene attraverso la placenta, oppure durante il parto nel passaggio dello scavo pelvico, per una lesione dei tessuti che lo ricoprono (utero, collo dell’utero, vagina, vulva).

Nell’approccio al virus è subito da chiarire che gli antibiotici non hanno nessun effetto, mentre sono utili e utilizzabili i farmaci antivirali.

AntiviraliGli antivirali

Gli antivirali hanno varie modalità di interazione con il virus e la cellula ospite, adottando varie strategie per neutralizzarli:

  • blocco della replicazione del genoma virale (i più utilizzati)
  • limitazione della penetrazione del virus nella cellula
  • blocco della sintesi proteica
  • blocco dell’uscita del nuovo virus dalla cellula infettata.

Un’altra strada farmacologica contro il virus è l’utilizzo di interferone.

L’interferone è normalmente autoprodotto dal corpo umano e stimola la generazione di particolari proteine, favorendo la degradazione dell’RNA MESSAGGERO virale e allo stesso tempo inibendo la sintesi di proteine virali.

Non ultimi sono i vaccini che permettono un immunizzazione attiva, ovvero inducono una risposta immunitaria, che metterà il soggetto in pre-allerta, tanto da riuscire a difendersi nel momento in cui si dovesse manifestare un attacco virale vero e proprio.

E’ da specificare che l’uso dei vaccini, è tanto utilizzato nel campo virale, quanto batterico.

Per conoscenza c’è da dire che esistono anche i vaccini per le allergie, ma quella è un’altra storia e non è questo l’articolo per parlarne.

I batteri

BatteriI batteri sono dei microrganismi autonomi più grandi dei virus, misurabili in micrometri e sono presenti ovunque, tanto nell’ambiente esterno quanto all’interno del corpo animale e quindi nell’uomo.

Sono diffusi in tutto il pianeta, nella terra, nell’aria, nell’acqua, riuscendo ad adattarsi e sopravvivere anche negli ambienti più ostili.

I batteri hanno un senso nella catena della vita e alcuni di essi sono necessari all’uomo stesso per il benessere della salute, basti pensare alla flora batterica intestinale, importante per il corretto funzionamento chimico biologico del cibo ingerito e per il mantenimento dell’omeostasi interna.

I batteri sono utili anche nel campo alimentare per la trasformazione di alcuni cibi.

Sono degli organismi solitamente unicellulari, dalla forma diversa, a seconda del tipo di batterio e si riproducono autonomamente, scindendo la propria cellula in due parti identiche e moltiplicandosi in maniera esponenziale.

Questa moltiplicazione ha un andamento che si distingue per l’ambiente dove avviene e per la disponibilità di nutrimento, infatti i batteri aumentano il loro volume, e si dividono (quindi si moltiplicano), fino a quando non scarseggiano le sostanze nutritive che gli danno l’energia vitale.

Una caratteristica dei batteri è quella di produrre tossine, ovvero delle molecole nocive generate dal catabolismo della cellula batterica stessa, le quali sono fondamentalmente divise in tre macro gruppi:

  • le endotossine (GRAM – )
  • le esotossine (GRAM + // GRAM – )
  • le anotossine.

La distinzione tra batteri GRAM + e – è dovuta fondamentalmente alla differente costituzione della parete batterica e vengono individuati tramite la differente colorazione GRAM a cui reagiscono.

Le endotossine sono le peggiori perché sono di natura lipidica, quindi non idrosolubili, resistono alle alte temperature, non stimolano la produzione di anticorpi e quindi rimangono in circolo nell’organismo con grande facilità, arrecandone danni.

Le esotossine sono di natura proteica, vengono distrutte dal calore e stimolano il nostro organismo a produrre degli anticorpi specifici, capaci a loro volta di neutralizzarle.

Le anotossine sono delle esotossine che hanno perso la loro tossicità, ma mantengono la capacità di stimolare la produzione di anticorpi, senza però arrecare danno all’organismo.

AntibioticiGli antibiotici

Per contrastare i batteri vengono utilizzati gli antibiotici, sostanze prodotte in laboratorio da un’origine naturale e sono generalmente suddivisi in 4 categorie:

  • battericidi
  • batteriostatici
  • ad ampio spettro
  • a spettro ridotto.

Questa suddivisione ci permette di individuare gli antibiotici nella capacità di uccidere i batteri (BATTERICIDI) o di bloccarne la crescita e quindi la riproduzione (BATTERIOSTATICI), agendo su una vasta platea di batteri (AD AMPIO SPETTRO), oppure solamente su alcuni tipi di microrganismi (A SPETTRO RIDOTTO).

Potrei continuare a parlare di virus e batteri in maniera specifica e specializzata ma molti dei dettagli chimici, biologici e patogeni, diventerebbero di difficile comprensione.

Mi interessava far conoscere ai miei lettori le differenze principiali tra VIRUS e BATTERI in maniera da aiutare a migliorare la conoscenza in merito, troppe volte confusa.

La salute passa attraverso la conoscenza e con l’articolo di oggi, abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello al nostro benessere.